All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in…
Vi ricordate di “trottolino amoroso” Mietta?
Nel suo ultimo disco, uscito nel 2019, canta:
“Milano è dove mi sono persa, dove mi sono persa, dove mi sono persa,
Milano è tutta gente perversa, tutta gente perversa, tutta perversa”.
Perché tanto odio?
Io fra qualche settimana lascerò Milano e tornerò in Svizzera.
Settimana scorsa ero a una conferenza (a Milano) e ho conosciuto una ragazza di Roma che, a causa del lavoro del marito, è finita a vivere a Lugano. Ogni volta che può, prende il treno e scende a Milano, perché il Ticino per lei è troppo morto.
Anch’io per tanti anni ho considerato come sfigati i compagni di università che, dopo una breve carriera in grandi città, tornavano all’ovile. L’idea che il mio wikipedia potesse riportare “nato a Locarno, morto a Locarno” mi terrorizzava.
-ava. Al passato.
Perché poi, per una serie fortuita di eventi, sono tornato anch’io nella mia città natale, o meglio: in quella che noi chiamiamo città ma che in realtà è poco più di un villaggio. E ci ho vissuto 10 anni.
In seguito, dopo aver aperto la mia azienda di consulenza, e avendo un socio molto attivo sul mercato italiano, ho vissuto a cavallo tra Milano e Locarno per quasi due anni. Avanti e indietro.
Pro e contro
Ci sono delle cose di Milano che mi piacciono molto. In particolare gli interventi urbanistici che stanno cambiando il volto (e lo skyline) della città: Garibaldi / Porta Nuova, per intenderci. Ma anche Bicocca, con le sue strade dritte e pulite. E adoro avere il Carrefour aperto 24/7. Apprezzo anche la possibilità di poter trovare ristoranti di ogni cucina del mondo.
Ma la lista finisce pressocché qui.
Non ho sentito quel fermento imprenditoriale che ci si aspetterebbe da una grande capitale economica. Non c’è la creatività di Berlino, non c’è l’innovazione di San Francisco, non c’è il rigore di Londra, non ci sono le infratrutture di Singapore e non c’è la cultura della diversità che c’è a Zurigo.
Assumo una certa mia pigrazia nel creare relazioni agli aperitivi di networking e nel correre ad ogni meet-up possibile e immaginabile. Mi rimane il dubbio che se mi fossi esposto maggiormente alla Milano fatta di persone, avrei fatto degli incontri più interessanti.
È anche vero, tuttavia, che le persone che ho incontrato qui a Milano e che mi hanno lasciato il segno o vivono altrove o hanno in programma di lasciare Milano. Ma può essere una semplice coincidenza.
Il legame col territorio
Tornare in Svizzera, per me, è scegliere la qualità di vita: l’aria pulita, i servizi, la natura.
Ed essere comunque a due ore da Torino, da Zurigo, da Milano, per soddisfare i miei bisogni culturali. Perché diciamocelo: bello avere gli spettacoli di registi famosi, bello avere i concerti, ma non è che viviamo a teatro. Ho gli Arcimboldi a cento metri da casa, letteralmente, e ci sono stato forse 5 volte in totale.
È possibile che l’affetto che proviamo per certe realtà metropolitane sia solo l’idea di “libertà” che ci dà la grande città: avere la possibilità, se vogliamo, di fare qualcosa stasera, in modo semplice e spontaneo. Ma poi non lo fai. A Milano, c’è persino un servizio di consegna a domicilio di mariuana a basso tenore di THC. Cioè, voglio dire: vera libertà. Capirai.
Ma questa libertà che prezzo ha? Il traffico costante, con i suoi rumori e le sue molestie, l’aria meno respirabile d’Europa, i mezzi pubblici sempre strapieni e, soprattutto, la sindrome della carpa.
La sindrome della carpa
Grave come a Milano, non l’ho mai vista da nessuna parte.
Avete presente il pesce ancora vivo, quando lo tirate fuori dall’acqua, come si sbatte e si dimena? Ecco, io questo sbattersi l’ho visto spesso nelle aziende milanesi. Come se si facesse gara a chi si dimena di più.
Tutti a correre in ufficio, tutti a saltare la pausa pranzo, tutti a finire il lavoro alle otto di sera e poi di corsa a un aperitivo di networking. Se la produttività si misurasse in livelli di stress, Milano sarebbe al primo posto.
Per alcuni mi sono accorto che è come una droga, è un bisogno di base, poter dire “non ho avuto il tempo neanche di andare in bagno, oggi”. Così hai l’impressione di esserti (s)battuto per qualcosa: per il tuo lavoro? per dare un senso a tutti i sacrifici? insomma, per la tua sopravvivenza?
Ma è come per la carpa: non è che sbattendoti, ottieni veramente qualcosa.
Colonna sonora:
Someone: Forget Forgive (2017)
Puoi scoprire tutta la playlist di Debarcadero
sul Canale YouTube di Purpletude.
Cosa ne pensi?
All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni sono stato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.






