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E se oggi potessi cambiare il mondo, lo farei domani

E se oggi potessi cambiare il mondo, lo farei domani

Ha vinto l’edizione 2018 di X Factor e la sua “La fine del mondo” sta imperversando su Spotify, in radio e… sui giornali.
Le persone di cultura si sono gettate sul fenomeno Anastasio, questo 21enne che fa tornare ragazzina Mara Maionchi e che da Nostra Signora della Parolaccia ha ricevuto la benedizione artistica per eccellenza: “Vai e dai fastidio”.

Tra un Mi piace dato a Casa Pound e un’intervista dagli incerti apprezzamenti su pensatori comunisti, il giovane sorrentino canta la “rabbia della sua generazione”.

Il virgolettato è d’obbligo, per tre motivi: uno, cita decine di commenti di giornalisti; due, una persona che si fa domande pare che debba per forza essere “arrabbiato” e tre, last but not least, perché avete mai incontrato un 21enne che non faccia la stessa cosa?

Sentiamo la necessità di cambiare

Stiamo camminando su un vulcano. Lo sentiamo, lo avvertiamo.
Siamo animali evoluti ma proprio come gli animali abbiamo il sesto senso per il pericolo. Le nostre antenne ancestrali continuano a sussurrarci all’orecchio che non possiamo andare avanti così.

L’intero pianeta lo sta facendo, ma probabilmente non grida abbastanza, perché chi ci governa sembra assordato da interessi economici, colpevole ignavia e molta, semplice e complice ignoranza.

Quindi ogni segnale che si riferisca a questa situazione di cambiamento a venire, che percepiamo ma non capiamo, attira la nostra attenzione. Anche se prende la forma di una corrente musicale come il trap, o un disorganizzato movimento di gilet gialli, o un vincitore di X Factor.

Uno come Anastasio, che sogna che “il mondo finisca degnamente, che esploda, non che si spenga lentamente”.

A miei tempi, però…

E io che il Napoli di Maradona l’ho visto, come ho visto il Milan di Van Basten e la Nazionale di Paolo Rossi e Dino Zoff, ricordo che a 22 anni mi sentivo così anch’io. Anch’io dormivo tutta la mattina, saltavo i corsi delle prime ore e le lenzuola erano come sabbie mobili, che mi impedivano di vivere la mia vita ma che erano profondamente meglio di quello che mi aspettava fuori dal letto.

Restavo sdraiato e sveglio per ore, chiedendomi cosa avrei combinato nella vita.
Non sapevo realmente cosa fare e, cosa più tragica, non avevo un’idea precisa neanche di cosa non volessi fare. Sentivo che ogni decisione che avrei preso mi avrebbe segnato per sempre e questo mi paralizzava. Avevo l’impressione di non avere abbastanza tempo – di non aver vissuto abbastanza a lungo – per poter prendere una decisione così estrema.

Forse per questo non mi sorprende che ragazzi come Anastasio cantino che vogliono essere lasciati in pace, che non hanno ancora corso “una maratona”, che leggono ancora “le etichette”: è normale che non sappiano cosa fare. Come forse è normale che gli adulti continuino a fare loro pressione: fa parte del cerchio della vita.

Tuttavia è legittimo porci la domanda: non è che forse siamo noi (adulti) ad essere un tantino esagerati? Credo che la nostra generazione soffra più di altre di questo periodo di cambiamento che la società sta vivendo: siamo noi ad esserci persi, perché i nostri codici, i nostri punti di riferimento, le nostre certezze non spiegano più il mondo in cui i nostri figli stanno crescendo.

Per questo ci preoccupiamo per loro e per il loro futuro. In maniera probabilmente eccessiva.

“Non ho speranza per il futuro del nostro Paese, se esso dipende dalla frivola gioventù di oggi, perché tutti i giovani sono veramente spericolati oltre ogni limite […] Quando ero giovane io, ci insegnavano ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani di oggi sono assolutamente irrispettosi e senza moderazione”.

Una citazione di Esiodo. Parliamo di circa 2700 anni fa.
Evidentemente il problema non è nuovo: ogni generazione ha l’impressione che quelle che seguono siano smidollate e inadeguate.

L’inadeguatezza, nel nostro caso, la leggiamo quasi quotidianamente di fantomatici imprenditori che offrono salari interessanti, condizioni dignitose, e che non trovano persone disposte a lavorare. Che non trovano giovani pronti a cogliere l’opportunità. Pare.

…era tutta un’altra cosa (per fortuna)

Sapete cosa penso? Anzi: di cosa sono convinto?

Che i giovani hanno ragione a rifiutare i lavori che proponiamo loro. Hanno ragione a snobbare le opportunità di carriera favolose. Hanno ragione ad alzare gli occhi al cielo quando citiamo i vecchi tempi in cui noi avevamo la loro età e lavoravamo 12 ore di seguito senza fiatare.

Sono diventato manager a 25 anni, a 28 gestivo un’azienda di 300 persone, ramo di una società americana quotata in borsa, e a 30 ho avuto il mio primo salario sopra i 100’000 Euro annui. Ho imparato moltissimo e ho frequentato persone realmente interessanti e, accessoriamente, realmente potenti, gente che oggi va a cena con Donald Trump e che decide cosa fare con la politica commerciale cinese. E allora? Questo ha fatto di me una persona migliore e/o più felice?

In quel mondo di stimoli e ricchezza ho anche incontrato persone dal profilo morale bassissimo; era un periodo storico in cui, se portavi a casa i risultati, potevi permetterti praticamente di tutto, anche i comportamenti più biechi.
Io stesso ricordo di aver fatto piangere la mia assistente, una sera in cui era rimasta fino a tardi perché si sentiva obbligata a farlo, e tra le lacrime, prima di scappare via, aveva singhiozzato che doveva andare perché era in ritardo… alla sua festa di compleanno.

Quindi le nuove generazioni sembrano perdere le occasioni favolose che offriamo loro di entrare in aziende di questo tipo, dove potranno farsi le ossa a suon di ore supplementari, zero vita sociale, pressioni psicologiche, magari anche qualche pacca sul sedere?
Ma come osano? Sono forse pazzi? Cosa succederà a questo nostro mondo se questi sono i leader di domani?

La crisi come momento di sincerità

Ci siamo passati tutti: c’è questo momento, nella vita di tutti noi, che chiamiamo il passaggio all’età adulta.
Quando siamo ragazzi non ne vediamo l’ora: ci sembra il momento in cui ci affrancheremo dagli obblighi imposti dai nostri genitori e saremo finalmente liberi di essere noi stessi.

Poi, invece, quando ci passi in mezzo, ti rendi conto che diventare adulto non è una soglia, o un muro che abbatti, o un punto di svolta. È un processo lungo, un periodo che dura del tempo e che diventa ogni giorno più incerto. È una palude melmosa e fai una fatica boia a non sprofondare, e arranchi per andare avanti e senti intorno a te tutti quelli che “ti vogliono bene” che gridano che devi scegliere, che non puoi più sbagliare, che il tuo futuro è in gioco.

Io, in quella palude, ho corso il rischio di fare la fine di Artax, il cavallo di Atreyu (googlatevelo, se non avete colto il riferimento). E vent’anni dopo, ho avuto l’impressione di doverci passare ancora una volta, a 42 anni, quando non ero più soddisfatto della vita che facevo.

Le paludi si presentano regolarmente, nella vita degli esseri umani. Sono una specie di orologio biologico, che segnano i momenti di cambiamento. I momenti di crisi, di cui non dovremmo vergognarci: non so cosa fare è una frase stigmatizzata dalla società. Ma è anche molto sincera. E a volte andrebbe detta fuori dai denti.

Forse è questa la “selva oscura” a cui allude Dante quando dice di essersi perso, alla soglia della mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita – e se hai bisogno di googlarlo, meritiamo il meteorite prima e la morte per combustione poi).
E forse questo bisogno di cambiare è semplicemente legato al fatto che, crescendo, non siamo più la stessa persona: siamo cambiati e facciamo fatica ad accettare certe cose, o abbiamo voglia di farne altre o, semplicemente, abbiamo aspirazioni diverse.

A ogni età, la propria crisi

Si possono affrontare questi momenti senza impazzire o senza sentirci in colpa.
Ad ogni età, anche a 50 anni, cambiare è possibile. Cambiare lavoro, carriera, vita. Certo, bisogna prepararsi un po’ in anticipo e non lasciarsi sorprendere dalla crisi che, regolarmente, arriverà. E magari farsi accompagnare nel percorso da un(a) career coach professionista (stacchetto pubblicitario: ne conosco una brava, scrivetemi in privato se del caso 😉 )

Lo stesso vale per i giovani: da una parte il mio consiglio sarebbe quello di buttarvi a capofitto nelle opportunità e di imparare il più possibile; d’altro canto, e lo so per esperienza personale, quando si entra nel mondo del lavoro è difficile fermarsi, dopo.
Le responsabilità aumentano, si guadagna meglio, si accende un mutuo, ci si sente pronti a mettere su famiglia, e nel giro di 5-6 anni ci è impossibile cambiare carriera. Siamo bloccati sul primo binario che abbiamo scelto.

Per questo, alla fine, non sono così sicuro che cogliere le occasioni sia la cosa migliore.
Forse, invece, è giusto accettare di non saper ancora cosa fare e di avere la pretesa di poter scegliere il nostro futuro, anche se questo significa scegliere di non scegliere e anche se il mondo ci dice che non è così semplice, che non è così che funziona. Che questo non è essere adulti responsabili.

Un mondo che non è fatto per loro

Tutto questo tergiversare potrebbe rendere le nuove generazioni non adatte al mondo del lavoro? È probabile.
Ma farei un’aggiunta a questa frase: non adatte al mondo del lavoro ”così come lo intendiamo noi oggi”.
E da questo punto di vista capisco la preoccupazione dei loro genitori, perché non conoscono altri modi di fare per poter comprare una casa, per poter costruire una famiglia… insomma, per vivere o per lo meno sopravvivere.

Ma la vera domanda è: quanto di questo modello fatto di case di proprietà e di ferie mare/montagna due volte all’anno corrisponde ai bisogni delle nuovi generazioni?
Ha veramente senso continuare questo teatrino della crescita economica quando i cambiamenti climatici rischiano di diventare irreversibili nel giro di pochi anni? Anzi, forse è già troppo tardi.

Siamo troppi su questo Pianeta e le risorse non sono sufficienti.
La Terra è un ecosistema e non lo stiamo rovinando, come crediamo: lo stiamo spingendo a reagire e a modificare le condizioni ideali alla vita di noi essere umani.

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Gli ecosistemi tendono ad autoregolarsi: se siamo troppi, verremo decimati. Cataclismi naturali, siccità, carestie, malattie, sono i mezzi che la Natura troverà per risolvere il problema che abbiamo cominciato a generare.

La quindicenne Greta Thunberg l’ha detto pochi giorni fa in faccia ai leader del mondo, riuniti in Polonia per il Cop24:

“Nell’anno 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi.”

Cambiare paradigma. Ora.

Il modello di business che ancora oggi proponiamo è quello che si è affermato negli anni ’80 del secolo scorso. Tutto il concetto di management così come lo intendiamo oggi ha origine lì, anche le sue evoluzioni più progressiste.

Domanda: trovate che gli uomini con i capelli lunghi e permanentati siano attraenti? Guardate i corsi di aerobica in VHS, con celebrità vestite in spandex dai colori più improbabili? No. Abbiamo lasciato queste amenità a ciò che erano: fenomeni di un’epoca ormai finita.

E allora perché continuiamo a credere che le ore vadano contate, ogni gruppo debba avere un capo, che devi essere grato di avere un posto di lavoro fisso? Le aziende sono lente a evolversi perché il sistema economico e politico è cristallizzato, e questa è la sola ragione per cui leggiamo articoli su quanto svogliati siano i millenial, o sul fatto che non hanno voglia di farne.

Loro non hanno voglia di fare, sì. Non hanno voglia di fare come noi.

E da parte nostra, ogni “innovazione” (anche qui il virgolettato è d’obbligo) viene vissuta come una rivoluzione, mentre in realtà è solamente una conseguenza logica di un mondo in continua evoluzione. Prendiamo lo smartworking: non è uno stravolgimento, è solo l’evoluzione naturale dei bisogni di generazioni di lavoratori che si sono susseguiti in un sistema immutabile.

Cosa c’entra questo col lavoro?

C’entra eccome.
Perché non possiamo sognare un mondo migliore per i nostri figli e pretendere che vadano a servire quello stesso sistema economico-lavorativo che sta minando il loro futuro, che sta modificando in peggio questo mondo che vogliamo per loro.

Ci domandiamo come faremo fra qualche decennio, quando i robot ci avranno sostituito in molti dei lavori che conosciamo oggi.
Eppure nessuno è disposto a cominciare a trovare soluzioni concrete: perché la verità è che siamo di fronte a un cambiamento epocale per l’essere umano, come è stato l’introduzione dell’agricoltura. Stiamo per entrare in un periodo della nostra storia in cui il lavoro non darà più sostentamento.

In chiaro: non ci sarà più lavoro per tutti. E saremo sempre di più.
Quindi, che fare? Continuare a sparlare di famiglie di operai licenziati dai robot? Oppure possiamo cominciare a intavolare un discorso serio, su come il nostro sistema, la nostra intera società cambierà, perché i robot faranno quello che a noi serve per vivere, e noi ci ritroveremo a dover fare altro. A inventarci qualcosa da fare.

Non è un disastro: è una opportunità.
Magari potremmo cominciare col dedicarci agli altri esseri umani, a partire dai nostri cari, che abbiamo messo nella scatoletta delle cene comandate, mentre la nostra vita si svolge esclusivamente al lavoro.

Sono cosciente che non ci sono soluzioni semplici e che la vera rivoluzione è cominciare a fare qualcosa. Ma è ora di farlo, perché siamo ancora in tempo.

Come Anastasio canta di sognare il giudizio universale della cappella sistina venire giù sotto le vibrazioni di bassi pazzeschi e vandali che ballano, io sogno il sistema economico attuale sgretolarsi e cadere in coriandoli sopra una folla di millennial felici.

E anche se non dovesse succedere, ci restano i meteoriti.
E l’ozono.
E le inondazioni.
E… insomma, la Terra non è a corto di idee. Noi, invece, pare proprio di sì, se non vediamo soluzioni diverse per far girare lavoro e economia senza distruggere tutto, a partire dal futuro dei nostri giovani.

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