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Perché voglio cambiare? (non perché devo…)

Perché voglio cambiare? (non perché devo…)

Emanuela Fato

Continua il viaggio attraverso le domande del dott. Miller, ma, soprattutto, continua la sfida nel cercare le risposte.

L’ultima volta ho scritto dell’importanza di definire in modo specifico i propri obiettivi di cambiamento, magari ispirandoci allo schema SMART e sicuramente assumendoci la responsabilità di essere piloti e non passeggeri (link).
La domanda che affronto oggi è tanto spaventosa quanto rivelatrice, potente quanto evitata il più delle volte: perché voglio mettere in atto questi cambiamenti?

Sì, oggi si parla di motivazione. Quella vera. Perché spesso il punto è proprio lì, nel capire le ragioni autentiche per cui vogliamo fare qualcosa, per cui quel cambiamento è importante per noi. Bypassare questa domanda, non ponendosela o sbrigandosela con un infantile “Perché sì!”, equivale ad iniziare a costruire una casa dal secondo piano. Tradotto, è una condanna a morte per i nostri propositi di cambiamento. Mentre indagare la motivazione è stabilire fondamenta, predisporsi efficacemente a un piano di cambiamento di successo.

I desideri di cambiamento non nascono dal nulla, anzi. Generalmente li coviamo per anni, a volte per una vita intera. Ci sono persone che fanno propri gli obiettivi di cambiamento dei genitori quando questi non ci sono più e continuano a perseguirli. Non ci si sveglia una mattina decidendo di cambiare lavoro, al massimo puoi decidere di cambiare le lenzuola. O il bar dove prenderai il caffè (e anche su questo ho i miei dubbi).

Più un cambiamento è sconvolgente, più tempo richiederà per essere esplorato, elaborato, accettato. Ma la buona notizia è che, sfruttando bene questo tempo, la fase decisiva, quella della messa in atto, della realizzazione, sarà più rapida e più semplice. E indagare le motivazioni alla base del nostro cambiamento è cruciale per far sì che questo accada.

Sulla motivazione viene sempre scritto tanto e detto ancora di più, le teorie che trattano questo argomento sono pressoché infinite e, in alcuni casi, addirittura contraddittorie. Potrei parlare dei bisogni di Maslow, delle pulsioni di Freud, fino ad arrivare alle teorie di Darwin sull’evoluzione.

Invece scelgo di parlare di David McClelland, psicologo, che per circa 30 anni ha presieduto il Dipartimento di psicologia e relazioni sociali dell’Università di Harvard. La sua “Teoria dei 3 bisogni” è stata sviluppata negli anni ‘60 e si pone di spiegare le motivazioni fondamentali alla base delle azioni delle persone nei contesti sociali e manageriali. Inoltre, ciò che sostiene McClelland, è che tutti, proprio tutti, siamo guidati da questi tre bisogni, qualunque sia la nostra provenienza geografica o la nostra cultura di appartenenza.

  • Il bisogno del successo
  • Il bisogno di appartenenza
  • Il bisogno di potere.

Bene, potremmo dire, quindi si tratta solo di capire qual è il mio driver principale nella situazione attuale e la risposta al “Perché?” di Miller si formulerà quasi in autonomia. Purtroppo per noi, non è così semplice. Questa teoria, infatti, potrebbe anche definirsi “Teoria delle 3 paure”.

L’altra faccia della paura non è il coraggio, come si pensa spesso, bensì il bisogno. Spesso negato, soffocato, probabilmente in origine inascoltato (da chi? Te lo chiedi mai?), inespresso, ok. Ma comunque fondamentale.

Giriamo la medaglia, osserviamo l’altro lato dei bisogni di McClelland. Troveremo le nostre paure più grandi. Così come di là ci sono i bisogni che da sempre guidano, di qua ci sono le paure che da sempre bloccano. E che, a volte, ci fanno scegliere strade che non vorremmo percorrere, ma sentiamo di non avere alternative:

  • Il bisogno del successo rispecchia la paura per il fallimento
  • Il bisogno di appartenenza rispecchia la paura per il rifiuto da parte di altri
  • Il bisogno di potere rispecchia la paura di dipendenza.

Per quanta motivazione tu abbia per attuare un cambiamento, infatti, è indiscutibile che fino ad ora abbiano prevalso le motivazioni per NON cambiare. Altrimenti l’avresti fatto prima, no? O non lo troveresti così difficile, no?

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Niente panico, si tratta solo di affrontare la questione da una prospettiva diversa. Partendo dall’ammettere la paura. E riformulando le domande:

Perché finora non ho voluto mettere in atto questi cambiamenti? Quali motivazioni mi hanno comunque fatto scegliere di stare nella situazione attuale, seppur insoddisfacente? Cosa c’era in gioco di più grande?

Se avrai il coraggio di approfondire le tue risposte, probabilmente approderai a uno dei bisogni/paure del McClelland. E anche se avrai il coraggio di non sostituire il verbo “voluto” con “potuto”. Certo, facciamo e abbiamo fatto del nostro meglio sempre, al netto delle condizioni esterne e circostanti. Ma se non iniziamo a sentirci davvero protagonisti, sarà difficile credere di poter rivoluzionare la propria vita portandola a un esito completamente diverso da quello inizialmente previsto. Potremo solo operare cambiamenti mediocri, relativamente contenuti. Non rivoluzioni, non stravolgimenti.

Se invece avrai il coraggio di ammettere la tua paura più grande ecco che, girando la medaglia, troverai anche il tuo bisogno più grande, il tuo motore più potente, la tua forza più inarrestabile. Ciò che ti permetterà di trovare dentro te (o di cercare efficacemente fuori) le risorse veramente utili per approdare vittoriosamente al tuo obiettivo. Ancora una volta, decidi tu.

“Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino, sono il capitano della mia anima” – W. E. Henley

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