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Un luogo di incontro, di integrazione e di cultura Un luogo di incontro, di integrazione e di cultura

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Oltre al gelato c’è (molto) di più

Quando gelateria fa rima con cultura, integrazione e luogo di incontro: la storia di Simonetta Cervelli nella nostra intervista in esclusiva.

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Sfatiamo un po’ di stereotipi:

  1. La filantropia non è solo per ricchi con tempo da buttare o milioni da devolvere in fondazioni
  2. La cultura ha mille forme e non è solo roba noiosa da musei
  3. L’etica nel business non è una facciata di marketing ma uno stile imprenditoriale

Non ci credete?

Vi presento una donna che ha trasformato una piccola attività commerciale tradizionale in un centro di aggregazione culturale e in un catalizzatore di eventi e attività sociali.
Si chiama Simonetta Cervelli e con il marito Enrico gestisce la gelateria “Splash” nel quadrante sud est di Roma.
Sorriso accogliente e lo sguardo dolce e deciso di chi ha scelto di creare un posto dove sia “felice di stare”.

Perché una gelateria?

Io vengo da una famiglia di gelatieri, ma facevo tutt’altro lavoro e non avevo nessuna intenzione di portare avanti la tradizione.
Ero bibliotecaria per la Società Geografica Italiana, perché mi piacciono i libri, il loro odore, mi piace l’ambiente dei libri…
E poi mi piaceva viaggiare (con Enrico abbiamo girato mezzo mondo in camper) e crescere mia figlia.

Accadde, però, che mio padre ebbe un infarto e io dovetti farmi carico del suo locale.
Per tre mesi mi divisi tra il mio lavoro, la gelateria e la mia bimba piccola. Mio marito, che allora lavorava per una grande azienda, veniva la notte a fare il gelato.
Dopo tre mesi, e con mio padre che faticava a riprendersi, dovemmo licenziarci entrambi per occuparci interamente del suo locale.

Quando finalmente mio padre stette bene e riprese a lavorare, ci rendemmo conto che eravamo in troppi a decidere per una sola attività.
A quel punto con mio marito, che aveva rinunciato alla sua carriera per aiutarmi e starmi vicino, ci trovavamo senza lavoro e una figlia di pochi anni. L’unica possibilità era aprire una gelateria nostra. Ci investimmo tutte e due le liquidazioni e facemmo qualche debito.
Ci lavorammo giorno e notte, perché doveva andare bene per forza.

Poi, nacque l’idea di coinvolgere le scuole del quartiere sul tema dell’alimentazione sana: così, da 24 anni, i bambini vengono qui e per un giorno fanno il gelato artigianale con mio marito e poi lo mangiano tutti insieme.

Il servizio è gratuito, ma poi i bambini tornano con le famiglie: per noi è un modo per farci pubblicità in maniera sana.

Questo ci ha permesso di crescere, ingrandirci e introdurre anche un servizio di caffetteria.

Come è impostato il business?

Abbiamo scelto l’etica e la qualità come valori guida.
La gelateria è interamente artigianale e, per quanto possibile, utilizziamo prodotti a chilometro zero.
Per la caffetteria utilizziamo solo prodotti equo solidali.

Abbiamo due collaboratori [non li chiama mai dipendenti, ndr] che sono con noi da quattordici anni. Prima avevamo tre ragazze che nel tempo hanno fatto scelte diverse, ma i loro figli mi chiamano zia e stanno sempre qui.

Inoltre, ospitiamo stage professionalizzanti per ragazzi e ragazze che vengono da uno SPRAR (il sistema di protezione per i richiedenti asilo) e due case famiglia della zona.

[Marcelle, giovane camerunense, è la nona stagista e li chiama mamma e papà, ndr]

Come è nata l’idea di introdurre le attività culturali e sociali?

Quando ci siamo allargati, abbiamo deciso di dedicare lo spazio in più per riaprire quei cassetti che con Enrico avevamo dovuto chiudere per dedicarci al lavoro. Abbiamo deciso di mettere dentro tutto quello che noi, stando qui, non potevamo andare a fare fuori.
Abbiamo iniziato ad ospitare presentazioni di libri, mostre, a prestare gratuitamente lo spazio alle associazioni che ne avevano bisogno, ad organizzare eventi interculturali; e piano piano questa cosa è cresciuta.

Oggi Splash è sede di Amnesty International (gruppo1), Welcome Refugees e Informatici Senza Frontiere.

Collabora stabilmente con Unicef, Amref e Medici Senza Frontiere e con decine di “piccole” associazioni che si occupano di tutela dei diritti umani, di sostegno alle donne e ai più deboli, di lotta allo spreco, di sviluppo sostenibile.

Ospita conferenze e convegni, inclusi quelli dell’AIF (Associazione Italiana Formatori).

Ha una ricca biblioteca condivisa, con una sezione dedicata ai bambini.

Ogni settimana è sede di una scuola di scrittura creativa coordinata dallo scrittore Massimo Occhiuzzo. Sono partiti in quattro e oggi sono 38 e hanno da poco pubblicato una raccolta di racconti.

“Più che una classe siamo una comunità, perché condividiamo i nostri scritti e ci supportiamo anche fuori delle lezioni”.

Infine, organizza eventi di presentazione di luoghi e Paesi da tutto il mondo, attraverso la proiezione di foto di viaggiatori e i racconti di residenti in Italia originari di quei Paesi.

“Abbiamo ospitato anche un indigeno della Papua Nuova Guinea, e non lo avrei mai immaginato” mi dice sorridendo “e ospitiamo regolarmente i racconti di ragazze birmane che vengono a Roma per un gemellaggio culturale stabile con l’Università La Sapienza. Poi loro tornano a casa e ci teniamo in contatto tramite WhatsApp” e qui il sorriso diventa ancora più grande e dolce.

Come scegli chi ospitare?

Spesso non li conosco finché non si presentano e mi propongono di fare qualcosa insieme. Se un progetto, un’idea, un’associazione o una persona mi piacciono, li frequento per un po’.
Se i loro scopi sociali sono solo di facciata, per attirare le persone, ma poi si dimostrano non coerenti con questo posto e le persone che lo frequentano, svaniscono da soli.

Alla fine, anche noi abbiamo fondato un’associazione, per poter organizzare eventi gratuiti in strada. In tre anni ho chiuso la strada venticinque volte…

Che fate?

Creiamo momenti di aggregazione e condivisione, anche per dare visibilità alle tante associazioni e strutture impegnate nel sociale e nella cultura.

Qualche tempo fa abbiamo organizzato una giornata intitolata “Resti a pranzo”: hanno cucinato gli allievi della scuola “Tuchef” di Anna Maria Palma, hanno servito gli studenti dell’Istituto Alberghiero di zona, hanno sfilato i capi di abbigliamento della casa delle donne “Lucha y Siesta” (le modelle erano tutte clienti della gelateria) e c’è stata una mostra di mobili di ecoriuso.

Ovviamente, tutto senza plastica: piatti e bicchieri in pasta di mais e le posate te le dovevi portare da casa. Hanno partecipato 250 persone e tutto l’incasso è stato devoluto in beneficienza per progetti del ForumSaD (Forum per il Sostegno a Distanza)

Che impatto hanno queste iniziative sulla gelateria?

Non è sempre facile.
Chi ci sceglie lo fa anche per il nostro impegno e le nostre iniziative.
Se leggi i commenti su Trip Advisor, la prima cosa che viene messa in evidenza è il lato sociale.

Comunque, chi entra lo nota che non è un locale convenzionale.
Una parte della clientela la abbiamo persa: quelli che non si sentono in linea, in sintonia. È chiaro che queste iniziative non sono una leva per fare soldi. Ma ci consentono di attrarre il target che ci piace.

Cioè?

Famiglie, naturalmente, e poi universitari (che vengono qui a studiare in tranquillità), professionisti: in generale persone culturalmente curiose e attive.

Abbiamo anche tanti adolescenti, di quelli che definiresti “bulletti”, che non vengono qui con la comitiva, perché si sentirebbero a disagio, ma che ci scelgono per portare la prima fidanzatina o l’amico del cuore.
La maggior parte di loro li conosco da quando sono nati e ho notato che gli fa piacere, quando entrano, essere chiamati per nome, far vedere che sono di casa.

E invece come impatta il fatto di essere una gelateria sulle attività culturali e sociali?

Qualcuno storce il naso, qualcuno invece apprezza lo spazio non convenzionale e informale.

Una delle prime donatrici della nostra biblioteca è stata Maria Jatosti, già Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, prima donna a dirigere un giornale erotico (Le Ore), nonché protagonista femminile del romanzo “La vita agra” di Luciano Bianciardi.
Ci siamo conosciute per caso e da allora abbiamo organizzato mille iniziative insieme, incluse le sue feste di compleanno per gli 85 e ora per i 90 anni. Alcuni suoi amici, all’inizio, hanno provato a dissuaderla.

Quello che hai oggi è il risultato di una scelta iniziale non tua, perché ti sei dovuta adeguare a situazioni più grandi. C’è qualcosa che pensi ti manchi della vita che avresti avuto?

La libertà di gestire il mio tempo. Ci sono situazioni in cui vorrei esserci, anche solo come numero. Mi manca dire: Io c’ero a quell’evento, quella manifestazione. Non contavo niente, ma ero un numero in più. E molte volte non lo posso fare.

Invece cosa hai che non avresti avuto?

Non avrei potuto tirare fuori tutta la mia vena creativa e sociale. Se fossi rimasta a fare la bibliotecaria, mi sarebbe mancato tutto quello che ho qua dentro.

Il contatto umano che ho qui è difficile da costruire altrove.
L’ottanta per cento delle persone che entrano vengono chiamate per nome; e questo vuol dire che non sono persone di passaggio, che vedi una volta sola.

Quando mia figlia si è laureata al DAMS di Bologna, sono venuti ad assistere talmente tanti clienti, che abbiamo riempito un ostello.

Come fai a gestire così tante attività e a mandar avanti la gelateria?

Ho degli ottimi collaboratori.
E poi c’è Enrico. Senza il suo supporto non avrei potuto e non potrei fare tutte le cose che faccio. Siamo una bella squadra.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

Comunicare

Il linguaggio truffaldino del mondo del lavoro: manipolazioni, inglesismi e altre calamità

Negli ultimi due decenni, il linguaggio legato al mondo del lavoro si è declinato in molteplici forme di manipolazione che hanno un solo obiettivo: fragilizzarci per pagarci di meno.

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Impiegati in ufficio

Gli annunci di lavoro ci costringono a cercare come rabdomanti la verità dietro a parole ed espressioni tanto ricorrenti quanto pompose, fuorvianti e anglofile quel tanto che basta a renderci sospettosi. Triste verità o cultura della diffidenza?

Buona la prima.

Sogno un’app capace di tradurre quegli annunci dallo stilema inconfondibile che hanno consolidato nei decenni un vero e proprio linguaggio foriero di sventure. Avremmo bisogno di un programma di demistificazione in tempo reale installato sui nostri smartphone, che funzionerebbe più o meno così:

Multinazionale leader nel settore ricerca junior consultant con forte motivazione, entusiasmo, ambizione e predisposizione al team working. Si offre contesto aziendale sfidante. La nostra vera risorsa sono le persone.

Copiando il testo, incollandolo e pigiando su translate, otterremmo:

Dal momento che le segretarie e gli impiegati d’ordine a tempo pieno ci costano troppo – ben 1616,68 euro lordi mensili per 14 mensilità più gli oneri contributivi – cerchiamo giovani laureati disposti a lavorare per una pacca sulla spalla e pronti a mollare tutto per correre dalla nostra azienda cliente”.

Qual è il ruolo degli anglicismi?

Sulla diffusione degli anglicismi in Italia si è espresso il linguista Stefano Ondelli, intervistato da Virginia Zittin.

Appurato che la lingua inglese è per noi italiani, storicamente, una lingua di prestigio in grado di conferire appeal anche ai mestieri più umili, con il commesso che diventa shop assistant, la contabile accountant, la telefonista che in alcuni annunci diventa l’addetta ad attività di phon collection (sic) o ancora di phone colletion (re-sic) e, già che parliamo di capelli e messa in piega, la parrucchiera che diventa hairstylist, e così via;

stabilito che in Germania e in Olanda, dove l’economia è più solida, si fa molto meno ricorso agli anglicismi negli annunci di lavoro e che il feticismo per la lingua inglese va a braccetto con l’intimo desiderio di esser servili davanti ai forti e ai potenti della Storia e ai loro idiomi, con l’irrinunciabile punta di masochismo dal DNA tutto italiano;

chiarito che queste mansioni, che oggi ci sembrano tanto cool, sono quelle che una volta chiamavamo con altri nomi, ma con decisamente meno tutele e garanzie, come il più che mai emblematico portapizze pagato a cottimo – sotto la pioggia e tanto instabile sulla sua bicicletta che già lo vediamo sdraiato sull’asfalto in attesa di soccorsi che oggi chiamiamo rider;

date per vere tutte le precedenti considerazioni, mi chiedo: fin dove ci possiamo spingere nell’analizzare il linguaggio del mondo del lavoro senza scadere nel piagnisteo, o peggio, nel complottismo? E soprattutto, come difenderci?

Il problema non è soltanto l’utilizzo della lingua inglese. C’è di più, e si chiama “manipolazione”, fenomeno già documentato nella letteratura di riferimento. L’alchimia di questo gergo del lavoro – spesso veicolato da strapagati guru del marketing non si avvale soltanto di anglicismi, ma anche di una retorica manipolatoria concepita per traghettarci dall’idea del diritto al lavoro, richiamato fortemente dalla nostra Costituzione, all’idea del lavoro come merito che, come tale, dovremmo guadagnarci sacrificando pezzi sempre più consistenti della nostra esistenza. Michela Marzano ha magistralmente analizzato, nel suo saggio “Estensione del dominio della manipolazione”, quel “disagio della contemporaneità” che, anche a causa di questi linguaggi sapientemente costruiti, si sviluppa in dipendenti e manager.

Anche Michela Murgia, certo più amenamente ma comunque molto efficacemente, nel suo “Il mondo deve sapere”, attraverso l’impietosa narrazione dell’“inferno del telemarketing” e dell’utilizzo truffaldino della PNL (Programmazione Neuro Linguistica) ci regala strumenti preziosi. Murgia mette alla berlina quelle aziende che sfruttano, a vari livelli, tanto i venditori porta a porta quanto le telefoniste addette a fissare gli appuntamenti, fino ad arrivare alle ingenue clienti, le povere casalinghe, in una diabolica dinamica a catena in cui il più forte si rifà sul più debole servendosi ad oltranza di manipolazione, seduttività e mistificazione delle parole (tutte pratiche insegnate in briefing ad hoc dalle aziende stesse, of course).

Potente anche il film che dal libro della Murgia è stato tratto, “Tutta la vita davanti” del 2008, a firma di Paolo Virzì. La protagonista è una neolaureata in filosofia con 110 e lode che, arresasi ad un mondo della scuola che non le offre prospettive di inserimento come dimenticare l’immagine, fotografia di una generazione, del concorso pubblico per insegnanti a Roma organizzato in una struttura mastodontica e traboccante di giovani disillusi e sconfitti ancora prima di iniziare le prove? – si butta, è proprio il caso di dirlo, nel telemarketing, ritrovandosi catapultata in una realtà finta e delirante della quale Sabrina Ferilli è mattatrice (una Ferilli peraltro molto brava nell’interpretare la parte della capo-telefonista che tiene le fila e che ha l’ardito compito di rendere credibile la bugia, convincendo tutti, a partire da se stessa e ripetendo come un mantra e fino al parossismo, con tanto di canzoncine e stacchetti che quello è un lavoro davvero “speciale!”, una “straordinaria opportunità!”, una “vera fortuna!”).

Dietro alla manipolazione delle parole, si cela una dinamica vecchia come il mondo, quella dello sfruttamento, anche se per molti questo concetto è desueto e occorrerebbe “adattarsi al mondo che cambia”, rinunciando all’idea del lavoro tutelato, garantito e dignitoso.

Del resto, decenni di manipolazione collettiva hanno portato i loro frutti. Ormai, coloro che dissentono da un certo modo di intendere e di concepire il lavoro, fra i quali mi annovero, sono considerati dai più come riottosi, disturbanti e non meritevoli di avere un impiego qualsiasi.

Noi chi, esattamente? Noi che critichiamo la pratica del team building dichiarando che obbligare i dipendenti a partecipare a “momenti conviviali” finalizzati a “condividere lo spirito e la mission aziendale”, momenti non pagati ma comunque obbligatori, è un’immane stupidaggine; noi che non usiamo il “noi” per parlare dell’azienda in cui lavoriamo perché non ci identifichiamo in quello che facciamo per campare ma in ciò che siamo nella nostra vita, tutta, anche la parte non monetizzabile che è fatta di affetti, valori e tempo libero; noi che ai colloqui di lavoro non ci diciamo “entusiasti” e che non ci mettiamo a saltellare come Julie Andrews nel film “Tutti insieme appassionatamente” all’idea di lavorare in un’assicurazione in qualità di addetti al recupero crediti; noi che ci indigniamo quando leggiamo un annuncio di lavoro che inizia richiedendo una laurea, la conoscenza di tre lingue, un’esperienza professionale significativa e che si conclude con l’enigmatico quanto ferale “stipendio: non disponibile, contratto: da definire”; noi che abbiamo un’idea ancora europea del lavoro come diritto che va tutelato e della dignità del lavoratore e che ancora riteniamo lo Statuto del Lavoratori una conquista di civiltà; noi che pensiamo tutte queste cose pur potendo asserire di essere persone dall’elevata professionalità, serietà e capacità.

Nel mio caso personale posso affermare pubblicamente e con assoluta tranquillità che tutti i miei datori di lavoro, presenti e passati, in questi diciotto anni di lavoro dipendente, così come i miei committenti nell’ultimo periodo, potrebbero produrre su mia richiesta le migliori referenze.

Chiarito che chi ancora intende il lavoro come un diritto da tutelare e proteggere non è necessariamente un “pelandrone”, come una certa retorica tende ad affermare ogni volta che si dibatte di lavoro, che fare? Come difenderci da inglesismi, PNL e manipolazione?

La risposta è piuttosto banale, ma non scontata: difendendo la nostra autostima, anzitutto. Perché ogni tipo di manipolazione – da quella in ambito lavorativo a quella relazionale riesce a passare tra le maglie della nostra capacità di credere in noi stessi e nella nostra professionalità o valore solo e soltanto quando siamo fragili, quando ci convinciamo di non valere abbastanza. Ho conosciuto troppe persone capaci e davvero in gamba massacrate dell’idea di non essere abbastanza perché non conformi ai canoni che la ricerca di un lavoro qualsiasi oggi impone: perché troppo vecchie (a 40 anni!), perché troppo qualificate e con troppa esperienza (in realtà soltanto perché pretenderebbero di essere pagate il giusto e quindi problematiche per un sistema che privilegia sempre e comunque l’opzione più economica a scapito della professionalità), perché donne, perché con preoccupanti trascorsi legati all’attivismo politico o sindacale (oibò!), perché poco servili o gregarie, perché grasse o poco avvenenti.

Di autostima abbiamo parlato a un evento organizzato da Mursia, il mio editore, per Bookcity domenica 17 novembre, presso il centro Mare Culturale Urbano a Milano. Il tema dibattuto era in realtà quello dell’amore e del suo legame con la giustizia e con la politica, ma il passo che ci ha portato sull’amore verso se stessi è stato breve. Uno scrittore, mio co-relatore, ci ha raccontato un aneddoto sulla sua analista reichiana, la quale gli avrebbe caldamente raccomandato di guardarsi allo specchio, di farsi tanti bei complimenti e di non dimenticare di farlo ogni mattina come esercizio. Certo questa pratica ci può far sorridere, ma una buona contro-manipolazione alla svalutante manipolazione che costantemente ci viene propinata, nel mondo del lavoro e non solo, è secondo me necessaria, che si tratti di farsi i complimenti allo specchio o di frequentare un po’ di più quell’amico che ci sa incoraggiare e ricordare quanto valiamo. Insieme, come sempre, a una buona cultura, fatta dei testi giusti che ci insegnino a pensare, distinguere e discernere.

Insomma, contro la primazia della manipolazione in molti contesti lavorativi, occorre combattere. Soltanto così potremo fronteggiare chi vuole sfruttarci, demansionarci e sottopagarci. Oltre ai testi di Marzano e Murgia, consiglio i libri della criminologa Cinzia Mammoliti, in particolare “Non mi freghi più. Prontuario operativo per difendersi da manipolatori relazionali, narcisisti patologici & co.”, nel quale troviamo efficaci strumenti di difesa da capi, capetti e supervisor che cercano di instillarci senso di inadeguatezza al solo fine di poterci sfruttare meglio o comunque depotenziare il nostro senso critico.

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Le faremo sapere è come le faremo imparare

Le risposte negative alle proprie candidature possono scoraggiare. Oppure, possono spingere a voler fare ancora di più e sempre meglio, ostinatamente.

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Se Dio ti ha messo a disposizione qualcosa che sai fare, perché in nome di Dio, non lo fai?
– Stephen King –

Molti dicono di avere il dono nel “saper fare qualcosa” .
Altri ne hanno il talento. Altri… aprono il Giardino dei Talenti e poi ci si chiudono dentro a chiave, a farsi le birrette e ad autocelebrarsi con in mano i tabloid che li sbattono in copertina.

Alcuni altri, normali, si impegnano, talento o no.
Altri si sforzano, imparano, si allenano per diventare bravi in quella particolare cosa.
Questi ultimi, più di tutti gli altri, sono quelli che non si arrendono.

Ecco, io credo di essere uno di quelli che non si arrende. Almeno per adesso.

Se anche tu pensi di essere uno di quelli che con determinazione, se e quando ci sono i presupposti, continua a perseguire il proprio obiettivo di miglioramento in quello che fa, allora quello che leggerai ti suonerà familiare.

Accettare il rifiuto

Nel dipartimento di risorse umane in cui lavoro, io non so se sono davvero bravo a fare quello che faccio con le persone, lascio ai feedback degli altri la valutazione e al sorriso che si apre quando pronunciano il mio nome, ma posso dire che mi impegno, e tanto.
A volte mi sacrifico, a volte invento a volte sperimento. Qualche volta perdo, ma almeno imparo.

La prima cosa che ho imparato ad accettare è stata il rifiuto.
Anni fa, quasi dieci, avevo una scrivania appiccicata ad un cosiddetto “muro del pianto”. Ci attaccavo i post-it dove avevo appuntato a mano: nome azienda, mail e data di invio, nome e contatto di chi aveva avuto la decenza di rispondere alla mia candidatura con un classico e standardizzato: “grazie per il suo interesse, siamo spiacenti ma, in questo momento, la nostra azienda ha optato per un candidato con un profilo più in linea con la posizione rispetto al suo, ma non si preoccupi, conserveremo il suo CV nel nostro database, auguri per la sua ricerca. Cordialmente”.

Talvolta questi nomi di persona ci mettevano la faccia, o la voce, con una telefonata educata ed asettica. Talvolta ricevevo questa standard via mail, con tanto di nome e cognome in firma, talvolta ricevevo risposta dai primi reply BOT automatici. Ma quei post-it, rigorosamente gialli, mi lasciavano deluso, interdetto e spesso insicuro: nessuno rispondeva con un contributo per la mia crescita. Nessuno mi spiegava perché il mio profilo non “matchava” con la ricerca.

Una collezione di “no, grazie”

Questa risposte – o ancora peggio: la loro assenza – aumentavano in me solo lo sconforto, il senso di inadeguatezza. Abbatteva il coraggio e la sfrontatezza di provarci. Annichiliva l’entusiasmo del mettersi in gioco. Mi faceva sentire come uno che non era all’altezza, uno che aveva osato troppo, quasi un presuntuoso. Uno che, doveva volare molto, ma molto più in basso, con le aspirazioni.

Brutte sensazioni in un ragazzo con tanta voglia di esprimersi, di crescere. Dieci anni fa avevo solo i miei 24 anni, c’era la crisi, Instagram, LinkedIn, e roba varia non esisteva, non esisteva il social di oggi, non era così facile raggiungere in un click questo o quel manager o personaggio di spicco, non era così semplice farsi notare, in qualsiasi ambito ci si volesse esprimere, o meglio non c’erano tutte queste possibilità, si rimaneva rilegati “all’invio e all’esito di lettura” di una mail, al massimo, ed io avevo tanti post-it gialli di candidature inespresse davanti al mio piano di lavoro.

Ma proprio quei “cosi gialli lì” sono stati la leva. Cronologicamente hanno seguito questa evoluzione: i primi mi facevano arrabbiare, i successivi mi facevano disprezzo, quelli dopo ancora mi facevano sentire impotente, poi sono venuti quelli che mi abbattevano, ancora dopo quelli che mi facevano pensare che mi sbagliavo e che non ero all’altezza. Poi arrivarono quelli che mi cominciarono a far riflettere. Ed era passato giusto il tempo necessario a far perdere ai primi l’aderenza della colla sul “muro del pianto”.

Quei post it hanno cominciato a cadere ad uno ad uno, ad essere accartocciati nel cestino della settimana. E a far cadere, pian piano, quelle ipotesi e convinzioni negative è stato un libro a caso: “On Writing” di Stephen King.

Il potere delle persone normali

Un libro sui libri che il celebre autore ha scritto. Un libro su come quei cult sono stati scritti. Quando sono stati scritti. Un libro pieno delle sensazioni e dettagli della vita quotidiana di Stephen King. E ad un certo punto di quel libro trovai la mia personale interpretazione.

Eh già. Perché Stephen King, quando non era ancora un “Best Fico Master Bomber King”, collezionava lettere di rifiuto di riviste e case editrici, e le teneva appese a un chiodo, sul muro della soffitta dove si rintanava a scrivere.
E quando le lettere di “grazie, ma non ci interessa” divennero talmente tante che il chiodo ormai non le reggeva più, lui sostituì il chiodo con un rampone, e andò avanti lo stesso.
Continuò imperterrito a scrivere e a spedire manoscritti.
Ma ogni volta migliorava un poco, e presto le lettere cominciarono a contenere oltre al rifiuto anche qualche parola di incoraggiamento o qualche consiglio. Finché qualcuno alla fine gli disse “il fatidico sì”.

Questo passaggio, dieci anni fa, mi restituì fiducia in me stesso. Coraggio e un po’ di sicurezza. E non perché Stephen King ce l’ha fatta e allora ce la posso fare anche io, perché il se stesso raccontato in quella pubblicazione era una persona normale, con vizi, virtù, problemi, acciacchi e cose, come le persone normali.

Così ho imparato a cambiare punto di vista sul rifiuto. Ho cominciato ad osservarlo, quanto basta, per trarne vantaggio, insegnamento.
Dal fallimento, così nasce il miglioramento.

Si ricomincia dal fallimento

Per gli imprenditori, spesso questo cosiddetto fallimento è il principio di rinascita.
Per chi cerca lavoro oggi, come facevo io dieci anni fa, è la leva che migliora la presentazione, l’interview, la negoziazione, la valutazione e la decisione finale su se accettare o meno le condizioni proposte.
Su chi è alle prime armi, appena laureato, è forse la palestra necessaria per allenare i muscoli, soffrendo un po’, affinando la tecnica, migliorando la velocità e la precisione, come in una scuola di boxe, dove la prima cosa che impari non è ad attaccare, ma a difenderti, a restare in piedi.

Questa è la prima cosa che ho imparato: “accettare il rifiuto” per migliorarsi, per non smettere di credere in se stessi, per immedesimarsi ed imparare ad ascoltare veramente gli altri, cercare di comprendere il loro pensiero, la posizione, provando a mettersi nelle loro scarpe, e a passeggiarci per capire quanto possono essere scomode su una strada, che in fin dei conti, può essere molto simile alla tua.

Chissà che non sia di stimolo anche ai recruiter che devono spesso attenersi alle direttive di ricerca, ai vincoli di budget, alle “preferenze di sistema”, alle priority di qualsiasi genere.

Io lo spero, perché il cambiamento, in ambito organizzativo e relazionale si fa con tutte le parti in gioco: si tratta di costruire un equilibrio, che a oggi rappresenta la base per la direzionale in un mercato del lavoro così liquido, volubile e veloce. In quest’ottica, il mio consiglio numero uno è proprio questo: imparare ad accettare il rifiuto, e trovare un vantaggio competitivo.

Poi ne avrei altri quattro, di consigli, ma ne parleremo un’altra volta, se vorrete leggermi; e nell’attesa… mahalo a tutte e a tutti!

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