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Ridimensionare: una gran bella parola!

Ridimensionare, ovvero portare alla (giusta) misura, è un chiaro elogio del limite: quello di capire chi si è e a cosa si aspira, senza spingersi in situazioni in cui il compromesso diventa disequilibrio.

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Ti rendi conto che la tua vita non è poi così male quando ti concedi di alzare lo sguardo dal tuo microcosmo e osservi gli altri e le altre intorno a te.
E non serve – anche se può aiutare pensare ai bambini dei Paesi poveri dell’Africa, come suggerisce la foto: basta guardare nelle aziende e nelle case e nelle vite vicine alle nostre.

La storia di Ada

Ada vive a poche decine di metri da casa mia. La sua storia, fino ad certo punto, è stata piuttosto ordinaria, quasi banale. Un lavoro semplice, una casa semplice, una vita semplice. Una famiglia classica: lei, il marito, una figlia e poi un figlio. Tutti e quattro belli, ammesso che conti.

Tutto scorreva regolare. Una vita normale.

Poi, verso i quarant’anni, qualcosa cambia e rompe l’equilibrio: il marito, suo coetaneo, si ammala. Inizia a perdere progressivamente l’equilibrio, la stabilità e poi l’uso del corpo. Non è più in grado di lavorare, di camminare, di essere autosufficiente. La testa funziona, il corpo no.

Nel tempo si scopre che è una malattia genetica. L’aveva anche sua madre, ma nessuno era stato in grado di diagnosticarla.
La malattia lo divora lentamente e senza pietà, finché, appena dopo i sessant’anni, muore.

Nel frattempo il figlio, non ancora ventenne e da poco patentato, ha fatto un gravissimo incidente in auto, da cui è uscito vivo ma alquanto malconcio. L’incidente è stato anche l’evento scatenante della malattia genetica che si scopre aver ereditato dal padre e così inizia per lui un calvario che, quindici dopo, è ancora in corso.

La vita sa essere molto feroce

Siccome la vita quando si accanisce non fa sconti, nello stesso periodo anche la figlia inizia a manifestare i sintomi della malattia e, seppur all’inizio sia stata meno invalidante che per il fratello, nel tempo le ha progressivamente limitato la vita e ora, anche lei, non cammina più.

È talmente esagerata la sfortuna in questa storia e in questa famiglia che una volta un mio coachee, che continuava a lamentarsi dei suoi problemi senza volere far nulla per risolverli e a cui l’ho raccontata per dargli una misura delle cose, mi ha chiesto se me la fossi inventata per impressionarlo.

Purtroppo no, è tutta vera. Non so il nome della malattia, non conosco tutti i dettagli quotidiani dell’accudimento, non riesco nemmeno a tollerare il dolore di immaginare che cosa significa guardare i tuoi figli trentenni consumarsi progressivamente, senza poter far nulla se non amarli e prenderti cura di loro.
E sapete qual è la cosa più sorprendente in tutto questo? Ada quando la incontri, ti sorride. Sempre. Avrebbe tutto il diritto di essere incattivita, imbruttita, invidiosa, incazzata con il mondo, invece lei ti sorride.
E tu ti senti grande come un granello di sabbia.
E ridimensioni.
Riporti a misura, appunto.

Non c’è un solo giorno, una sola volta, in cui passando davanti alla loro casa io non pensi a quanto più piccoli siano i miei problemi, le mie difficoltà, le mie preoccupazioni rispetto alle loro. Ogni volta è una lezione di umiltà, intesa proprio come consapevolezza del limite.

Ridimensionare per alleggerire

A che cosa serve ridimensionare in questa società della performance, come l’hanno definita nell’omonimo testo i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici, in cui “la condizione dell’uomo contemporaneo è strutturata per sostituire al mondo l’imitazione del mondo, all’espressione di sé l’esibizione di sé, alla narrazione lo storytelling, alla ricerca del senso della vita la ricerca di un livello sempre maggiore di benessere e visibilità”?

Io spero serva per recuperare la dimensione della lievità, per alleggerire la tensione, rivedere le aspettative, proprie e altrui, e per mollare un po’ la presa, ritrovare se stess* e farci pace, e accettare serenamente che non possiamo essere tutto o fare tutto o avere tutto.

La società degli ossimori

Come mai, in una società che ti incita al successo, alla vittoria, all’autorealizzazione come valori supremi, sento il bisogno di parlare di misura, di limite, di giusto peso da dare alle cose? Perché l’autoinganno sta diventando disfunzionale.
Toglie più di quello che dà.

Molt*, tropp* di noi, si affannano e faticano a trovare piena soddisfazione in ciò che fanno perché l’asticella si alza continuamente: devi essere migliore, superiore, sublime. Eccellente. Altrimenti non sei nessun*.
Ma è un ossimoro, perché se tutti eccellono, nessuno eccelle davvero.

E non è l’unico: ti vogliono giovane ma con esperienza, supercompetente ma a basso costo, iperambizioso e umile, molto performante e in perfetto equilibrio. Tutte contraddizioni in termini.

Così accade che in questa folle corsa che è la vita, ci si ferma sempre meno a riflettere, anche solo sull’etimologia delle parole. Prendiamo il successo, per esempio. Per i più, successo è uguale a ricchezza, fama, gloria, visibilità, lusso, mentre il suo significato letterale è “avvenimento, riuscita, buon esito”.
Avere successo, pertanto, significa aver portato a compimento qualcosa, aver raggiunto un obiettivo desiderato.

C’è molta più prosa che poesia, a ben guardare. Servono più concretezza e pragmatismo che altro per avere successo. Servono determinazione e autodisciplina.
Ricchezza e lusso, ammesso che arrivino, arrivano dopo. Molto dopo.

Che ne resta dei sogni?

Avere dei sogni è importante, anzi è vitale. I sogni servono, perché anche se non abbiamo certezza di realizzarli, abbiamo la speranza di andarci vicino, di riuscire almeno in parte nell’impresa.
Servono a tenerci in vita, a darci uno scopo e un orizzonte di senso.
Occorre però una nuova consapevolezza, anzi una consapevolezza ritrovata, perché i greci l’avevano già teorizzata: l’etica del limite.

Ci ricorda Umberto Galimberti, che per gli antichi greci: ‟Felicità e infelicità sono fenomeni dell’anima, la quale prova piacere o dispiacere a esistere a seconda che si senta o non si senta realizzata” (Democrito).
La realizzazione di sé è dunque il fattore decisivo per la felicità. Ma per l’autorealizzazione occorre esercitare quella virtù capace di fruire di ciò che è ottenibile e di non desiderare ciò che è irraggiungibile. Quindi la ‟giusta misura”.

Katà Métron

In questa società dell’illimitato, dell’onnipotente, in cui la tecnologia ha abolito il tempo e lo spazio, Galimberti ci esorta a recuperare e riscoprire la cultura del limite, che è propria dell’umano. Platone, riprendendo due motti dell’Oracolo di Delfi scriveva: “Conosci te stesso e quando hai conosciuto la tua virtù realizzala Katà métron, secondo misura, senza oltrepassare il limite, perché se lo oltrepassi prepari la tua sciagura, la tua rovina”.

La felicità quindi, lungi dall’essere onnipotenza, è piuttosto la capacità di governare se stessi per la propria buona riuscita, comunque la si intenda.

Il primo passo può essere imparare a sorridere, nonostante tutto, coma fa Ada.

Laureata in Scienze della Formazione e specializzata in Counseling Breve Strategico, opero in ambito formativo dal 1995. Esercito la libera professione in qualità di formatrice, coach, problem solver e consulente di processo. Svolgo la mia attività di affiancamento alle Imprese e agli Studi Professionali nella riorganizzazione dei processi lavorativi, nello sviluppo delle persone e nella gestione del cambiamento. Sono fondatrice e titolare del brand aula41. Iscritta al Registro dei Formatori Professionisti AIF (Associazione Italiana Formatori) n. 912, dal 2016 svolgo il ruolo di Consigliera Regionale AIF in Trentino Alto-Adige.

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Non c’è nulla di male a non avere ambizione

Il fatto di non essere ambiziosi è spesso interpretato come una mancanza di qualcosa o come sintomo di pigrizia. Ma può essere una scelta rispettabile.

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Non essere ambiziosi

Personalmente, ho sempre avuto delle ambizioni, anche se tra i miei obiettivi non c’è l’arricchirmi, o l’avere “potere”. Non che guadagni e responsabilità mi dispiacciano, anzi. Ma ho degli obiettivi ben chiari in testa, ho dei progetti, dei sogni, se vogliamo chiamarli così. Altrettanto chiara non è la strada per arrivarci, ma so dove girare lo sguardo.

I miei sogni sono legati al mio lavoro. Con questo non mi riferisco a quello che faccio attualmente (che comunque amo); è più corretto dire che i miei sogni e le mie ambizioni sono di tipo lavorativo, si riferiscono al lavoro, più che la vita, che voglio fare. La vita che farò ne sarà conseguenza.

Per questo motivo, non riesco ad immaginarmi a fare un lavoro che non mi appassioni, che non mi faccia concludere la settimana con la stanchezza fisica di chi ha lavorato dodici ore al giorno, ma con la soddisfazione di qualcuno che ha vinto una maratona.
E per lo stesso motivo, ho sempre fatto molta fatica a immedesimarmi in chi non si cura del lavoro che fa e che è interessato solo dal guadagnarsi uno stipendio che permetta di vivere (e non solo sopravvivere).

Sia chiaro, non voglio aprire un discorso su “lavori umili vs lavori prestigiosi”, o su “lavori operativi vs lavori di responsabilità”. E non ho intenzione di denigrare alcun tipo di occupazione, ruolo o mansione. E non sto nemmeno di parlando di chi accetta qualunque impiego per necessità economiche, rinunciando ad un investimento sul futuro per fare fronte a necessità nell’immediato.
Sto parlando di chi, nel modo più genuino e sereno possibile, ammette semplicemente di non avere ambizioni lavorative.

A cosa ambisce chi non ha “un’ambizione”?

Già qui si può fare una prima constatazione: non avere ambizioni lavorative non significa non avere ambizione alcuna. Si possono avere ambizioni che con il lavoro non hanno nulla di fare. Sebbene trasformare la propria passione per l’arte in un lavoro è un’ambizione lavorativa alla pari del trasformare la passione per lo spazio in una carriera nell’astrofisica.

Quella di cui parlo io è la mancanza di interesse nel lavoro in sé: un “se potessi evitare di lavorare, lo farei”. Un modo di ragionare che molti di noi (io in primis, fino a non molto tempo fa) avrebbero definito pigro. Svogliato. Magari persino egoista (“togli lavoro a qualcuno che a differenza di te lo farebbe con passione”), o comunque una strada che può portare anche ad un vero e proprio “parassitismo”. E sicuramente qualcuno punterebbe il dito su “questi dannati millennial”.

Ma la mancanza di ambizioni lavorative è davvero assimilabile ad una mancanza di voglia di lavorare?
O magari è semplicemente un’ottica diversa con cui alcuni di noi guardano al lavoro?

Partiamo da qui: vedere il lavoro con occhi diversi.

Io personalmente vedo il lavoro come una componente centrale della mia vita. Un perno attorno al quale muoverò (e muovo tuttora) gran parte delle mie decisioni. Ma per qualcuno può non essere così. Ed ecco che la frase “se potessi evitare di lavorare, lo farei” può essere riformulata come segue: “non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”.
Messa in questi termini viene molto meno spontaneo attaccarla o definirla subito falsa, vero?

È importante anche notare che nessuna di queste due formulazioni implica un rifiuto di lavorare: molte persone, per esempio, non vorrebbero farsi mantenere. Rinunciare alla propria indipendenza economica può non essere un prezzo accettabile, per molti. Il dilemma “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque mi servono i soldi” può essere risolto col farsi mantenere. “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque voglio un’indipendenza economica”, invece, no.

Facciamo un’altra riformulazione. Vediamola come un “voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”. Ancora più “socialmente accettabile”, sicuramente molti tra noi sono perfettamente d’accordo con quest’ultima frase. Perché comunque contiene l’espressione “voglio lavorare”.
Chiunque ci si immedesimerebbe facilmente, avendo in mente l’immagine (quasi stereotipata) del mega-dirigente che passa le notti in ufficio e a causa del suo lavoro si perde i primi passi del figlio più piccolo, il diploma della figlia grande, e così via.

“Potessi evitare di lavorare, lo farei”

Abbiamo fatto un bel giro, quindi ricapitoliamo: questa frase può essere interpretata come

  1. “Voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”;
  2. “Non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”, che a differenza della precedente non esplicita l’intenzione di lavorare;
  3. “Non voglio lavorare”, che comunque è un’interpretazione legittima della frase.

Quello che noto è che la terza interpretazione è forse la più gettonata. Quella, cioè, che viene più spesso letta tra le righe della frase originale e che si propone come traduzione di “non avere ambizione”. Ed il problema è che sembra esserci un automatismo interpretativo in questo senso.

Se ci riflettiamo, è anche normale che sia così. In fondo, siamo figli e figlie di una società che fin dalla tenera età ci educa a pensare ad un lavoro. Che ci insegna a scegliere questa scuola e non quest’altra in nome del “trovare lavoro”. Ad avere già a 13 anni (anno in cui si sceglie la scuola superiore) un’idea abbastanza chiara di “cosa vuoi fare da grande”. E persino, in modo più o meno esplicito e diretto, a valutare una persona sulla base del suo lavoro.

L’ambizione: un percorso o un traguardo?

La verità è che, semplicemente, esistono persone che vedono il lavoro solo come un mezzo, e non uno scopo. E non c’è nulla di male in tutto ciò.

Ma in una società educata a vedere il lavoro come uno scopo, come un punto d’arrivo o al massimo di partenza, chi viaggia così “in direzione ostinata e contraria” è difficile da comprendere. Finiamo quindi con l’attribuire loro una “mancanza di…”; se manca l’ambizione, deve necessariamente mancare qualcos’altro, come motivazione, energia, voglia, idee, interessi, obiettivi, e così via. E questo porta rinforzare un senso di inadeguatezza non indifferente. Dopotutto, quando un’intera società (partendo dalla famiglia) dice che ti manca qualcosa, ad un certo punto questa mancanza la percepisci anche tu.

Chi non è ambizioso è pigro?
Non è detto; una persona non ambiziosa può comunque essere rispettosa del suo lavoro, portandolo avanti al meglio delle proprie energie e possibilità.

Chi non è ambizioso è qualcuno che vuole evitare responsabilità?
Di nuovo, non voler responsabilità lavorative non significa non volerne affatto.

Chi non è ambizioso è semplicemente qualcuno che non ha ancora trovato la sua strada?
Nemmeno. Semplicemente, la sua strada è diversa da quella che abbiamo in mente noi. Ritornando alla distinzione scopo/mezzo, nella sua strada il lavoro è parte del percorso, non il traguardo.

Un percorso, direi, non meno valido di quello di persone molto più “ambiziose”. Persone che i Social Media ci hanno portato ad ammirare. Nel bene e nel male.

Nel bene, perché comunque offrono spunti, ispirazione, anche suggerimenti.
Nel male, perché alcuni “guru” della professionalità-24/7, dell’essere sempre competitivi, del puntare tutto sul lavoro e sulla carriera, del persino utilizzare chi semplicemente vuole guadagnarsi di che campare come esempio negativo (magari per vendere “corsi di leadership” di dubbia efficacia e ancor più dubbia utilità), ci hanno portato a questo.

Ad accusare di pigrizia qualcuno a cui, di fare carriera e guadagnare soldi e responsabilità, poco gli interessa.

Lasciamo in pace i non ambiziosi. Anzi, teniamoceli stretti; farà sempre bene avere qualcuno di caro a noi, che ogni tanto ci ricordi che, nella vita, non c’è gloria ad “ammalarsi di lavoro”.

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[interludio uno] Abbiamo case di cemento armato

La vita è fatta di cicli: dalla semina al raccolto del grano passano 9 mesi; la Luna compie una rivoluzione attorno alla Terra in 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi; un pitone digerisce un topo in 132 ore; un sabato ogni sei, i racconti Zen di Fabio Martinez diventano interludi, sempre gustosi e ugualmente graffianti.

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Abbiamo case di cemento armato, macchine elettriche e poi, per arrivare a fine mese, devi chiedere aiuto a mamma e papà. Il venerdì più bello dell’anno è anche quello più nero. La Chiesa non vuole che lavoriamo di Domenica ma si compiace di quando i seguaci di Cristo raccoglievano spighe di grano di Sabato. Il giovedì c’è X-Factor, Cattelan mette le Jordan col vestito e l’occupazione femminile Italiana è la più bassa d’Europa. A me piacciono un mare, le Jordan e anch’io le metterei col vestito e di uscire la sera con chi ha capito tutto della vita non ne ho voglia. Io della vita non so nulla se non che voglio un figlio e potergli dire che va tutto bene. Riesco ad andare a mangiarmi la pizza da Clara, ascoltando Celine Dion e a ritorno Marilyn Manson senza alcun cd, ma tutti dicono che ormai siamo grandi e che non possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, che è lavoro e quindi deve essere brutto. Il mio amico fa il medico, perché lo ha voluto sua madre, per un’autopsia prende quasi quanto me in un mese, se lavoro, e io sorrido e lui si lamenta. Guardo le mie mani, sono nude, come quando mi sentivo solo un povero ma stavo scrivendo un romanzo. Guardo le mie mani e guardo il tuo petto, ti manca un seno, perché hai avuto un tumore a 30 anni ma non trovi un lavoro. E io mi sento ricco. Ho sempre le mani nude e mi sento ricco, perché guardo il tuo petto, il tuo sorriso e sorrido anch’io, anche se sto piangendo.

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