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Ecco come chat e messaggerie ci comprano un pezzo alla volta

Ecco come chat e messaggerie ci comprano un pezzo alla volta

Matteo Maini

Correva l’anno 2013 quando un giovane informatico di nome Edward Snowden rivelò pubblicamente i retroscena del controllo massiccio dei governi di Stati Uniti e Gran Bretagna nei confronti delle rispettive popolazioni (e del resto del mondo).

Stiamo parlando di intercettazioni a livello telefonico e importante sorveglianza inerente all’uso quotidiano di internet.

La storia ha reso Snowden un ricercato speciale: un criminale per i governi e un riferimento fondamentale per gli attivisti della privacy. Con il tempo, anche il sito dell’associazione di lui è presidente, Freedom of the Press Fondation, è divenuto il fulcro delle attività online libere da controlli.

Questo evento, sebbene alle nostre latitudini non abbia avuto la stessa risonanza che in patria, ha permesso a tante persone di capire, intendere ed informarsi su cosa significa “vivere” internet mantenendo attivo un livello importante di privacy.

Tutto ciò può essere usato senza particolari programmi per esperti, senza essere attivisti di fama mondiale, iscritti a siti come Wikileaks oppure programmatori seriali.

Le alternative esistono

Esiste una serie di software semplici e user friendly, che mantengono alta la privacy nel nostro quotidiano; è proprio questo l’importante, difendere quelli che sono i nostri interessi, profondi o superficiali che siano.

Tutti noi abbiamo qualcosa da difendere, da nascondere, piccoli segreti ed emozioni che vogliamo mantenere solo per noi e, eventualmente, per i nostri cari: dalla foto più intima che abbiamo con il nostro partner alla super segreta ricetta della nonna per un piatto speciale che solo lei sa fare; ma viviamo in un momento storico particolare, basato sulla condivisione, per cui quelle stesse cose preziose che custodiamo gelosamente, le condivideremo con le persone di fiducia, tramite le chat di queste app di messaggistica: preferiamo scrivere lunghi messaggi piuttosto che risolvere tutto con una semplice telefonata.

Abbiamo smesso di inviare i cari e vecchi sms che, molto velocemente, sono quasi scomparsi dal nostro quotidiano (con grosso danno per gli operatori telefonici, per i quali rappresentavano 20-30% dei ricavi annui).

Secondo un recente studio del Centro Economia Digitale, ogni 60 secondi, nel mondo, vengono mandati 29 milioni di messaggi sulla sola piattaforma WhatsApp, 65 mila foto caricate su Instagram e 243 mila immagini caricate su Facebook.

Nonostante una buona fetta di persone consideri il suo uso della rete innocuo, è importante capire il motivo per cui dovrebbe interessare a tutti un uso non controllato della navigazione in internet. Poniamoci una semplice domanda: come mai la maggior parte dei servizi che si trovano online sono gratuiti? Perché non si paga, ad esempio, l’iscrizione a Facebook?

Perché se è gratis, allora il prodotto siamo noi. Tutto ciò che viene postato e scritto da noi sul social network più famoso al mondo sarà poi formulato, elaborato e venduto a persone, aziende o enti governativi che possono leggere e controllare i nostri dati, per poi immetterli nella rete sotto forma, ad esempio, di pubblicità mirata.

La vera moneta del web 3.0 è proprio il dato.

Quindi, se non si ha nessuna preoccupazione sull’utilizzo che ognuno di noi fa dei servizi in internet è importante essere a conoscenza di come finiscono i nostri dati personali.

Sopratutto in un’epoca dove le persone sono abituate ad utilizzare la combo composta da Instagram, WhatsApp e Facebook, tre servizi che appartengono alla stessa azienda, che si chiama, appunto, Facebook Inc.

Azienda impegnata in diverse controversie come il caso di Cambridge Analytica e l’ultima, scoppiata proprio qualche settimana fa, dove, secondo un report del quotidiano New York Times, Facebook avrebbe ceduto i dati di milioni di utenti a grosse aziende come Netflix, Spotify, Amazon e altre, facendo vedere i nomi dei contatti presenti nei nostri profili oppure dando l’enorme possibilità di leggere i messaggi privati su Messenger (cosa che poi viene regolarmente classificata come un “bug”, un errore informatico).

Chattare in sicurezza? Usate Signal e passa la paura

Detto ciò, combattere con mezzi che possano legittimare i nostri interessi non è più motivo di essere considerati sospettosi perché vogliamo nascondere qualcosa, ma un vero e proprio diritto ad utilizzare liberamente internet e tutta la tecnologia.

Personalmente, io uso l’applicazione Signal Private Messenger, totalmente gratuita, totalmente open source e, allo stato attuale, risulta essere il software di messaggistica più sicuro che esista sulla faccia della terra.
La uso quotidianamente
per inviare chat, chiamate e video chiamate con pochi confidenti, ma penso che potrebbe interessare a molti, come opzione ai soliti noti.

Cosa c’entra con Signal il discorso su Snowden?

Fu proprio quel giovane americano a far conoscere a tantissima gente questa app con un Tweet che è entrato nella storia di noi appassionati di privacy.

Da allora, da quel preciso tweet del 2015, tutta una serie di persone, compreso il sottoscritto, si è attivata per conoscere Signal, ma, sopratutto, ci si è resi conto di quanto le solite app di messaggistica fossero dei veri e propri contenitori dei nostri dati.

Il funzionamento di Signal non ha veramente senso spiegarlo, in quanto, abituati alle classiche app come ad esempio WhatsApp e Telegram, non ha nulla di diverso o di particolare. Ed è questa la sua forza.

Esistono i “messaggi a scomparsa”, cioè chat che decido di far sparire dopo un periodo di tempo prestabilito.
È possibile mandare Gif, creare gruppi ed inviare documenti.
Potete scaricare l’app dedicata per PC e Mac in modo tale da gestire i vostri messaggi anche su desktop.

Insomma, potrebbe tranquillamente sostituire le piattaforme più famose utilizzate per chattare.

I limiti di Signal

L’applicazione sia per smartphone che per PC risulta ancora un po’ “spartana” seppur in continuo miglioramento; inoltreci sono ancora pochi, pochissimi utenti.

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Esempio: sono presenti più di 250 persone nella rubrica del mio telefono, gli iscritti a Signal risultano essere meno di 15.

Ovviamente un utente medio che si iscrive ad un servizio quasi deserto come Signal, si trova quasi costretto ad eliminare l’iscrizione e passare alle app “di massa”.

Il più grande aumento di download per questa app si è visto nel momento in cui Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, parliamo di un picco del 400% di scaricamenti nei soli USA, proprio a causa della vittoria del Tycoon, considerato da molti capace di rinforzare la già massiccia infrastruttura di sorveglianza americana.

Al di fuori del funzionamento ciò che mi interessa far capire è proprio il concetto, senza entrare nel tecnico, del perché usare Signal: ogni chat, foto inviata, immagine ricevuta, chiamata e video chiamata è criptata e sicura, garantendo la totalità della privacy.

Le nostre chat sono coperte dal criptaggio end-to-end, ciò significa che solamente noi ed il nostro interlocutore possediamo e siamo capaci di vedere quella conversazione, nessun altro, nemmeno gli sviluppatori o i server di Signal.

Il team di sviluppo è Open Whisper System, azienda no profit che lavora su programmi dedicati alla sicurezza.

Con il tempo, la stessa azienda ha collaborato con realtà molto più conosciute come WhatsApp, creando un criptaggio sulle conversazioni scritte, divenendo così molto più sicura, e ultimamente anche con Skype per integrare lo stesso livello di sicurezza nelle chat.

Alzare scudo e consapevolezza

Insomma, per concludere, credo che sia importante essere consapevoli che possono esistere alternative più valide e sicure delle classiche app che usano tutti ma soprattutto, essere maggiormente critici dei nuovi strumenti informatici che dettano ormai legge in tantissime fasi della nostra giornata e nostra vita.

Noi siamo i nostri dati. E dobbiamo poter decidere a chi darci.

 

NowPlaying
Easy Living, Massimo Faraò Trio]

Nota dell’Editore:
Non ci sono contenuti pubblicitari in questo articolo e l’autore non ha contratti di sponsorizzazione con le aziende/prodotti/servizi che cita.

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