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Vendere acqua zuccherata o cambiare il mondo? O c’è una terza scelta?

Vendere acqua zuccherata o cambiare il mondo? O c’è una terza scelta?

Chiara

“Vuoi passare il resto della tua vita a vendere acqua zuccherata, o vuoi avere la tua occasione per cambiare il mondo?”

Sono le parole di Jobs per portare John Sculley, allora presidente di Pepsi Cola, dalla sua parte. Le parole che si dice convinsero John ad accettare il ruolo di amministratore delegato.
Parole che risuonano ancora, a distanza di anni, senza la necessità di dover essere presidenti di una grande azienda o di fronte alla proposta di una ancora più grande.

Una domanda che qualcuno ogni tanto potrebbe farsi. E che ne porta in dote un’altra: ma davvero si può cambiare il mondo?

Non che vendere acqua zuccherata non vada bene. Anzi, va benissimo se ci porta poi a vedere orizzonti più ampi che coinvolgano anche altre persone, che aiutino anche altri nella propria realizzazione personale e dunque a cambiare il mondo, fosse anche un “piccolo mondo”.

Come sempre è questione di scelte, di coraggio, di scopo, di umanità.
Spesso si passa l’esistenza fissi nelle proprie convinzioni, in schemi mentali e quotidiani così ben consolidati che provare a guardare un po’ fuori non ci sfiora nemmeno un secondo.

Un po’ come vendere acqua zuccherata o popcorn. Sono buoni fino a che il sapore resta in bocca poi non resta più nulla, se non la sensazione che erano buoni ma che sono finiti.

È questione di scelte. Scontato, banale, in via di default eppure è proprio così. La vita è questione di scelte. Non si scappa mica da questo. Anche quando si sceglie di non fare nulla, di stare fermi, di chiudersi in se stessi o di camminare, di recarsi a lavoro a piedi, in auto, in bicicletta od in treno, di stare con quella persona piuttosto che con l’altra, di fare quel lavoro o quell’altro, di metter su famiglia o di vivere una relazione a distanza. È una scelta continua vivere. Il punto è capire il perché, il come.

È questione di coraggio. Ogni scelta implica una certa dose di coraggio. Ed il coraggio non è mica sempre a disposizione o arriva su ordinazione. Il coraggio si coltiva dentro se stessi e fuori a suon di no, porte chiuse in faccia, sfide da affrontare, boschi da attraversare, maniche da rimboccare.

È questione di scopo. Mi vengono in mente Federico e Michele, protagonisti di uno dei romanzi di Fabio Volo.

“Quale sarà la nostra cosa? Io la mia non ho ancora capito qual è. Ho la sensazione di essere qui su questo cavolo di pianeta per fare qualcosa di importante, ma non riesco a capire cosa…Tu sai come si fa a capire qual è la propria cosa? Boh, mi sembrami che sto buttando via la vita…”
“Quale cosa, scusa?” chiede Michele.
“Ma si, dai…la propria cosa, la propria chiamata, il proprio talento o capacità di esprimere. Insomma, quella roba lì, quella cosa che ognuno ha e che ci rende diversi dagli altri, il motivo di questa mia presenza, il senso della vita, che cazzo ne so…”.

Arriva sempre l’istante in cui tutti ci sentiamo un po’ il Federico o il Michele di turno.

Non è possibile avere l’occasione di cambiare il mondo o continuare a vendere acqua zuccherata se alla base non si conosce il proprio scopo. Per alcuni è molto più evidente rispetto ad altri, ma ciascuno ha il suo. Trovare lo scopo richiede un gran lavoro con se stessi. Poi tutto si fa chiaro, non necessariamente più facile, solo più chiaro per intravedere la strada. Farla proseguire poi resta esclusivamente compito nostro.

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Che poi anche se si conosce il proprio scopo, non è mica facile tenere sempre il suo ritmo. A volte lui è a destra e tu sinistra, come due amanti imbronciati ciascuno con le proprie convinzioni.
Perché ammettiamolo, a volte lo scopo non è sempre così chiaro, limpido e cristallino.
A volte si sporca dei tanti pezzetti di fango che schizzano addosso mentre cammini per strada.
A volte confonde ancora di più quando ti confronti con altri su cose futili od importanti e ti restano appiccicate addosso mille domande e scarse risposte.
A volte ci si dimentica che se tu cambi o modifichi anche solo una virgola nella tua vita, inevitabilmente si modifica anche lo scopo.

È questione di umanità. Non per nulla siamo umani in continua ricerca di significati, di chiarezza, di direzione, di dettagli che fanno la differenza.
Che poi essere umani non è qualcosa che una volta che è messo nero su bianco resta così per sempre.
L’essere umani è simile ad una pianta: va annaffiata ogni giorno, si deve travasare su un vaso più grande e confortevole per darle spazio di far scendere in profondità le radici, va messa in un punto luce nuovo.
L’umanità, per quanto mi riguarda, è legata all’essere se stessi, all’essere autentici, all’essere persone buone. O almeno, provarci.

Perché quando si è se stessi, quando si sceglie la propria umanità (difetti, qualità, talenti, passioni, delusioni, dolori, gioie) poi anche lo scopo si fa più visibile, fa un po’ meno lo stronzo.
Non è sempre facile, ma nemmeno impossibile.

Credo che la vita non sia fatta solo di frenate ed accelerate, ma il significato/lo scopo è tutto quello che c’è in mezzo al continuo frenare ed accelerare che la società impone. Credo che l’occasione di cambiare il mondo sia così. Una gamma di possibili strade, di possibili scelte che spettano a me, a te, a noi.

La capacità, nonostante la complessità del vivere, di portare alla luce quei frammenti autentici di sé per il proprio bene, per il bene degli altri. Cambiare il mondo, fosse anche “un piccolo mondo”.

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