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Le differenze tra le generazioni Le differenze tra le generazioni

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Muro contro muro: generazioni a confronto

Ah, ai nostri tempi…
Ogni generazione ritiene la successiva meno abile, meno motivata, meno disciplinata.

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Vivo una vita divisa in due parti: frequento l’università come studente e lavoro come insegnante di informatica e tecnologia.
Per questo motivo ho la possibilità di approcciarmi a due categorie di persone molto diverse: i giovani nello studio; gli adulti, con una forte percentuale di anziani, nella vita professionale.

Grazie a questo doppio percorso vedo (e cerco di capire) le problematiche di entrambi le fazioni che spesso si trovano in contrasto tra loro.

C’è chi dice che questi giovani “moderni” siano solo scansafatiche, mentre, dall’altra parte, chi afferma che gli anziani abbiano sempre qualcosa da ridire su tutto e tutti senza mai agire.

Per quanto riguarda la società, ogni generazione è fermamente convinta che la propria sia la migliore di tutte e la gioventù passata non debba essere nemmeno paragonata con le altre.

Cerchiamo quindi di ragionare su quelli che sono i modi di pensare delle varie generazioni, dando piccoli spunti di riflessione, laddove in realtà troviamo solo dicerie e modi di dire.

Partiamo con un aspetto fondamentale: non esiste una generazione migliore delle altre.

Ogni epoca ha, oppure ha avuto, i suoi pro e contro, i suoi personaggi forti, le sue mode e i suoi stili di vita.

Viene chiamato Baby Boomer chi è nato a partire dalla seconda metà degli anni 40 del ‘900 mentre appartiene alla Generazione X, chi è nato dopo il 1965. Sì, ammettiamolo, non è vero che ai tempi tutto era migliore.

Una volta la vita era, forse, più semplice: nascevi, seguivi strenuamente l’insegnamento della scuola, chi poteva permettersela, e poi lavoravi, lavoravi tantissimo, più di quanto avresti mai immaginato.

La medicina non era così sviluppata come lo è ora, quindi l’aspettativa di vita era decisamente più bassa rispetto ad oggi.

Il punto fondamentale era l’omologazione nei confronti della società, dalla nascita fino alla morte, se eri diverso/a e se avevi le tue idee, allora potevi essere considerato come strano/a e, nella migliore delle ipotesi, socialmente emarginato/a.

Non ho mai creduto, e mai crederò, al detto “ si stava meglio quando si stava peggio”, cioè, se stavi peggio era un problema, senza se e senza ma.

Punti positivi?

Beh esisteva una certa genuinità e semplicità nelle persone, nel loro carattere.

Altro fattore, inutile negarlo, i prodotti alimentari erano veramente puri e di qualità, sapevi esattamente chi aveva lavorato quel prodotto, da dove veniva e cosa stavi ingerendo.

Infatti, quando oggi pensiamo ai prodotti “fatti in casa” subito ci balza in testa l’immagine di una persona che si sporca le sue mani esperte lavorando con cura la propria pietanza.

Passiamo alle nuove generazioni, soprattutto alla società attuale, dai Millennials nati negli anni 80/90 fino alla nuovissima iGeneration: possiamo dire che la situazione si è capovolta? Assolutamente sì.

I giovani di oggi hanno capito che possono scegliere, che sono liberi di intraprendere la loro strada, la loro carriera, il loro destino.

Non vogliono più intraprendere una vita già segnata, non tutti almeno.

L’avanzamento tecnologico, esponenziale, ha portato, a tutti noi, grossi vantaggi: pensate al campo della medicina o alla possibilità di comunicare in maniera instantanea con persone dalla parte del mondo.

Il tutto ovviamente con i pro e i contro (ne parlavamo qui: “Il nuovo petrolio che infiamma la rete“).

Siamo sempre collegati al telefono e questo ci toglie spesso momenti belli che potremmo utilizzare per interagire con le persone in carne ed ossa e non con account virtuali.

Cosa c’entra quindi la  tecnologia in tutto questo discorso?

C’entra eccome, ha un ruolo fondamentale, nel bene e nel male. È inutile criticarne l’esistenza o cercare di ignorarla, esiste eccome e fa parte del quotidiano, questo però ha tolto quella genuinità che avevano le persone delle generazioni precedenti.

Per tornare al punto iniziale, ripeto, non esiste una generazione migliore delle altre, diffidate da tutti i discorsi che iniziano con la classica esclamazione “eh ma una volta…”.

Ogni epoca ha avuto le sue mode, i suoi balli, la sua musica, il suo modo di intendere la vita ed il lavoro.

Ora siamo nell’era della globalizzazione “digitale”, aggiungo io, ed è inutile continuare a lamentarci per ciò che succede oggigiorno; cerchiamo invece di capirlo e intendere come funzionano veramente questi processi culturali invece di alzare sempre barriere che non portano a nulla e che, mi sembra, siano sempre più numerose.

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Fireman & Dancer, Royal Republic

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

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Come WhatsApp può ancora emozionare

Si parla molto di come la tecnologia allontani le persone che sono vicine, ma si dimentica a volte che essa crea anche ponti tra persone lontane.

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Whatsappa può creare ponti e emozionare

Abbiamo parlato spesso di come la tecnologia debba essere utilizzata in maniera più consapevole, per evitare ad esempio la condivisione pazza ed esagerata di contenuti anche molto personali, e/o rischiando di cadere, come ci racconta anche l’attualità, in casi gravi come il Revenge Porn.

Siamo nell’epoca della disinformazione, nonostante le informazioni siano reperibili in maniera più veloce e capillare possibile. Ma per evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire, vale la pena ricordare anche i momenti in cui tecnologia può addirittura commuovere.

Mi piacerebbe condividere con voi una storia di vita personale e di come, in questa situazione, la tecnologia, WhatsApp nello specifico, abbia reso un momento migliore di quanto uno potesse immaginare.

Partiamo dal principio: mia suocera, abruzzese, ha diversi fratelli ed alcuni di questi si trovano da altre parti del mondo, in particolare in Argentina e in Canada.

Per mantenere quel velo di privacy a cui tanto teniamo (e per evitare di predicare bene ma razzolare male, per restare in tema di proverbi), una delle sorelle la chiameremo Paola, anche se non è il suo nome. Parola è immigrata in Argentina negli anni 60 del ‘900 e, dopo decenni si matrimonio, ha perso suo marito.

Come fare in questo caso per far recepire il nostro messaggio di condoglianze?

Un messaggio ai parenti più vicini al defunto è una scelta rapida ma fredda, priva di tatto che sarebbe arrivata alla vedova in un secondo momento; una chiamata classica costa ancora troppi soldi e non rende bene l’idea di vicinanza anche se la voce può dare conforto, così internet ci è venuto in soccorso.

Grazie alla collaborazione della nuora di Paola, già perfettamente collaudata con questo mondo digital e che ha permesso questo collegamento, siamo riusciti ad effettuare una video chiamata.

Il contatto è stato particolarmente emozionante; immaginate voi stessi: due sorelle che non si vedono da più di un ventennio, si guardano “digitalmente” da uno schermo del telefono. Possono interagire e conversare come se fossero in due condomini vicini eppure ci sono migliaia di chilometri di distanza. Certo, manca il contatto fisico, ma purtroppo la situazione non ha permesso un nostro spostamento nel continente sud-americano in tempi brevi.

Quanto è bastato per fare un passo del genere?

Per noi di questa generazione poco o nulla: uno scambio di numeri telefonici tra persone iscritte al servizio WhatsApp, due tocchi in uno schermo che abbia una ricezione decente e si parte con la magia.

Per la generazione precedente?

Un insieme di funzioni strane fatte da noi “giovani” che hanno permesso ai due interlocutori di parlare e di emozionarsi contemporaneamente in due continenti diversi.

Ecco, questo è un metodo della tecnologia che amo e considero importantissima.

Non dobbiamo considerarla come uno strumento che allontana chi in realtà si trova vicino, come purtroppo succede spesso, ma come un qualcosa che avvicina chi è lontano.

Perché proprio WhatsApp quando, in un precedente articolo ho tessuto le lodi Signal, oppure quando esiste Facebook, Telegram e tante altre piattaforme?

Vi rispondo a questa domanda con un’altra domanda: quante persone conoscete che possiedono uno smartphone senza avere, prima o poi, installato l’applicazione di messaggistica più famosa al mondo?

A febbraio 2018, la piattaforma contava qualcosa come un miliardo e mezzo di utenti.

È inutile negarlo, chi ha uno smartphone, possiede anche WhatsApp e in quel momento molto delicato, iniziare a parlare di come cambiare app, scaricare quell’alternativa, poca privacy nell’altra, non aveva molto senso, così abbiamo optato semplicemente per la scelta più facile, immediata e, tutto sommato, quella che si è rivelata la più efficace.

In questo caso debbo dire che la punta di diamante per le chat della casa di Zuckerberg ha svolto pienamente la sua funzione di “ponte” tra l’Italia e l’Argentina, con una videochiamata fluida senza nessun tipo di intoppo, tranne qualche piccolo ritardo nei secondi subito dopo la connessione tra i due numeri.

Il mio è uno dei tanti e tantissimi casi quotidiani di uso di questa app, sicuramente ci saranno situazioni più importanti della mia, ma alla fine della conversazione, seppur impossibile cancellare dal volto delle due interlocutrici il dolore del lutto, la loro giornata e il loro umore è migliorato con una piccola soddisfazione, lasciatemelo dire, anche nel mio cuore.

 

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The End, The Doors

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Il CV: è ancora utile o è sorpassato?

Per alcuni, il curriculum è uno strumento vecchio, che appartiene al passato. Per altri, invece, rimane lo strumento cardine della selezione. Come deve essere per restare efficace?

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Il curriculum vitae è ancora utile per trovare lavoro?

Nei percorsi di orientamento professionale che tengo, dai corsi universitari ai corsi professionalizzanti, l’incontro che più ha successo è quello relativo a come si redige un curriculum vitae. Trovare il modo migliore di parlare di sé in un documento che viaggia per il mondo ha sempre creato non poca ansia.
Come lo scrivo? Quanto deve essere lungo? Questo ci va? Quest’altro? Ma gli hobby ci devono stare? Le incognite sono tante e gli studenti mi ringraziano perché hanno la possibilità di confrontarsi in diretta per avere qualche risposta alle loro domande. E alla fine se ne vanno certi di avere tutte le informazioni necessarie per scrivere in maniera efficace il loro cv.

Ma se c’è una cosa che impariamo dopo aver inviato un po’ di curriculum alle aziende è che la certezza in questo campo non esiste. I recruiter sono persone e come persone hanno dei punti di vista soggettivi che possono differire tantissimo da ciò che “può andare” a ciò che “non va”.

Al di là di questa forte componente soggettiva che è la parte affascinante e misteriosa dell’efficacia di un cv, l’incognita più grande, secondo me, è un’altra…

Il curriculum serve ancora?

È uno dei dibattiti più accesi specialmente su LinkedIn.
Ci sono persone che preferiscono nuovi approcci alla ricerca lavoro e vedono il cv come un legame con il passato quasi inutile. Preferiscono leggere blog personali, vedere video, scovare informazioni dai profili pubblici sui social, oppure ricorrono ad applicazioni di gamification o all’uso massiccio di form online letti da intelligenza artificiale in grado di fare matching automatico tra le competenze offerte dal candidato e quanto richiede l’annuncio di lavoro.
L’altra frontiera molto discussa è data da quelle realtà che si pongono di mediare tra te e l’azienda interessata all’assunzione e chiedono di inviare progetti, idee e soluzioni anziché sterili curriculum.

Sicuramente si tratta di un approccio nuovo che ci pone di fronte a un mutamento di coscienza su quello che è e che dovrebbe essere la ricerca di impiego, ma che crea ancora più confusione nei giovani che devono entrare nel mondo del lavoro. Se pensiamo che tanti di loro partono a costruire quella che dovrebbe essere la loro presentazione efficace in un formato statico, standardizzato e imprigionato da logiche burocratiche come il curriculum europeo, siamo ancora lontani dal capire quanto vale il mio cv nella ricerca di lavoro.

Come scrivere un CV che funziona

L’evoluzione sembra andare quindi nella direzione di abbandonare lo strumento, ma credo che non si tenga conto di una caratteristica fondamentale propria del cv: il curriculum non è importante solo nel contenuto, ma anche come contenitore. Il modo in cui ti presenti e cosa dici di te è fondamentale per fare la differenza. Selezionare le informazioni, scomporre, narrare, far emergere un filo conduttore nelle tante attività svolte, evidenziare alcune attitudini, sono azioni che aiutano il candidato a fare quella scrematura che dovrebbe favorire un giudizio personalizzato da parte di chi riceve il cv. È un lavoro di cesellatura, in cui lasciare le informazioni che riteniamo importanti pulendo da orpelli che tendiamo a fare. Il cv non è più la fiera delle vanità. Ormai è risaputo che non si deve “fare cose, vedere gente” per il solo gusto di aggiungere la figurina mancante e rendere colorito e variegato quel pezzo di carta.

È solo il modo in cui tendiamo a vedere il cv che dovrebbe cambiare. Nella vecchia logica che vuole questo documento un mero elenco delle attività professionali e formative, non ha molto più senso, perché tutte queste informazioni posso essere trovate facilmente e velocemente sui social network o in un blog personale arricchite da varie e migliori componenti (interazioni e conferme di competenze da parte di altre persone del tuo network, confronto con altri profili, ecc.).
Se rinnoviamo il tutto attraverso un’attenzione grafica più personalizzata, un’azione di selezione e un modo nostro di riportare le competenze, possiamo leggere il curriculum come il risultato di un percorso di crescita ed essere apprezzato perché possiede quell’elemento straordinario che ci valorizza veramente in un mondo di curriculum europei.

Far emergere se stessi

Insomma dobbiamo metterci più anima. Così si vede cosa realmente sappiamo fare. Non importa se tu devi giocare con un’app per dimostrare alcune tue abilità all’azienda che vuole assumerti, o se devi presentare un progetto specifico (a prescindere dal fatto se sia un modello selettivo etico o meno), quello che realmente importa è la visibilità e l’importanza che dai alle tue cose e a come racconti di te.

Forse è per questo motivo che alla fine non penso che il cv sia un elemento destinato a morire. Quando ti ricapita l’opportunità di lavorare su te stesso creando la tua storia professionale e selezionando le parole che meglio si addicono affinché si continui a parlare di te?

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