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Coronavirus: non tutti siamo eroi (ma pensarlo, aiuta)

Coronavirus: non tutti siamo eroi (ma pensarlo, aiuta)

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Uoomo con mascherina contro il coronavirus

Il coronavirus ci ha fatto diventare tutti eroi.
Eroi i medici e gli infermieri. Eroi il personale delle ambulanze. Eroi i netturbini e gli addetti alle pulizie. Eroi gli operai dal cartellino indefesso. Eroi i colletti bianchi al lavoro agile. Eroi i magazzinieri di notte sui muletti. Eroi i postini e i conduttori di autobus. Eroi i poliziotti, i vigili del fuoco e i volontari. Eroi i giornalisti in strada. Eroi i politici in diretta. Eroi gli insegnanti in tele-lezione. Eroi gli alunni con la webcam accesa. Eroi gli addetti del reparto ortofrutta. Eroi i cassieri dietro ai plexiglass. Eroi i camionisti fuori dagli autogrill. Eroi i guru con l’e-book gratuito. Eroi gli imprenditori senza cassa integrazione. Eroi i manager che rinunciano al premio. Eroi i dipendenti che se non mi paghi ci rifaremo poi. Eroi i preti che la chiesa non la chiudo. Eroi i frati in corsia per l’estremo sorriso. Eroi i vecchi che muoiono soli. Eroi noi come pesci rossi in una boccia. Eroi i bambini che andrà tutto bene, ma sì dai, forse domani.

L’eroe al tempo del coronavirus

Chiedo scusa perché mi sarò dimenticato qualcuno, ma dovrei proseguire all’infinito e – capirai – ho già sforato le mille battute. Al tempo del coronavirus siamo tutti eroi, che nemmeno si sa più cosa vuol dire, essere eroi:

eròe s. m.: Nel linguaggio comune, chi, in imprese guerresche o di altro genere, dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli e compiendo azioni straordinarie.

Il trigger che ne permette l’uso è proprio la straordinarietà di quello che ci sta accadendo, da ormai quasi due mesi. File chilometriche fuori dai supermercati, metropoli deserte, controlli di polizia a ogni incrocio, elicotteri che tallonano i runner, i canali di Venezia con l’acqua pulita.

Straordinarietà che vira in fretta al già visto e già detto, all’abitudine seppur tremenda. Soprattutto oggi, con l’unica piazza aperta dei social media, dove la pandemia da banale influenza diventa complotto in due minuti, si fa presto a diventare insofferenti e distratti o peggio indifferenti. Signora mia, ancora si meraviglia?
Anche per le cose straordinarie va così: gridare all’eroe quando tutti lo sono è banale. Diamoci un taglio, con questa storia.

Ma quali eroi

Che poi, a guardar bene la storia, non c’è ombra di eroe.
Lo schema lo conosciamo bene, ce l’abbiamo sottopelle da quando siamo usciti dalle caverne o forse più. Il primo a farcelo notare è stato Propp (in questo articolo, abbiamo visto uno strumento per prendere confidenza con la struttura di una tipica fabula), ma non ci sarebbe stato bisogno di metterlo nero su bianco. Anzi, a mantenerlo inconsapevole avrebbe funzionato ancora meglio, oggi.

L’eroe è colui che, chiamato all’azione da circostanze straordinarie, decide di accettare la sfida e, aiutato o meno da personaggi od oggetti, affronta una serie di prove, più o meno ardue, per giungere a un finale solitamente lieto. Lo insegnano alle elementari: l’eroe è colui che riesce a stabilire l’equilibrio iniziale dopo il trambusto degli eventi e nonostante gli sforzi degli antagonisti.
Su questo siamo tutti d’accordo.
Ti pare, allora, che il coronavirus sia la stessa storia?

No, nessun eroe

Nessuno dei nostri eroi – non i medici né gli infermieri, non i netturbini né i camionisti, non i poliziotti né i volontari – si è trovato davanti una scelta o una “chiamata all’azione”. Ognuno di noi ha dovuto continuare a essere se stesso nell’emergenza. Ha dovuto continuare a esercitare il proprio mestiere, la propria funzione sociale nel nuovo e straordinario contesto della pandemia.

Manca un elemento cruciale a definire l’eroe: la volontà della partenza, la scelta nel compiere la missione. La volontà è un costituente talmente importante, nel “viaggio dell’eroe”, da determinare persino una fase con l’unica funzione di evidenziarla. Intendo quella che Propp definisce “ansia della chiamata” ovvero il momento in cui l’eroe non sa cosa fare, se accettare passivamente lo stato perturbato di cose ignorando la chiamata all’azione (bada bene: potrebbe farlo, vivrebbe lo stesso come ha sempre fatto), oppure se cogliere la sfida e lanciarsi contro l’antagonista alla ricerca dell’ambìto premio.

Eroi senza scelta

La differenza più importante è proprio questa: nessuno degli eroi di oggi ha potuto scegliere, nessuno di noi può chiamarsi fuori da queste terribili vicende, per il semplice fatto che non abbiamo alternative a noi stessi. Non c’è una scelta B, nessuna via secondaria, non possiamo fuggire dal sistema chiuso dell’essere umani nel Ventunesimo secolo su questo piccolo pianeta. Il coronavirus ha gettato tutti nella battaglia, senza curarsi di scegliere i più prestanti e preparati al conflitto.

Il discrimine è piuttosto nella fortuna o nella sfortuna di essersi trovati un po’ più a monte o nell’alveo della piena improvvisa. E allora, ciò che ti conferisce la medaglia più prestigiosa, le stellette che davvero contano sull’uniforme, è il grado di esposizione alla tragedia. Poi, certo, c’è chi poteva stare a casa come tutti e invece è uscito a dare una mano. A lui sì che spetta, il titolo di eroe.

A che cosa serve essere eroi?

Quando non c’è altra prospettiva, quando mancano le soluzioni oppure le risorse per sostenere un necessario sforzo maggiore a ottenere determinati risultati, la narrazione dell’eroe è quanto di più efficace si possa mettere in campo.

Lo sa bene chi si occupa di marketing e storytelling ma anche di risorse umane.

Definire un “viaggio dell’eroe” e calarlo sul target ti permette di inserire quest’ultimo in uno schema universale e, quindi, di guidarne i comportamenti verso i tuoi obiettivi.

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Marcatori eroici

Le dinamiche di questo archetipo narrativo, infatti, vanno ad attivare quelli che Antonio Damasio definisce i “marcatori somatici” ovvero l’insieme di emozioni sedimentate nel nostro inconscio alle quali attingiamo, in maniera inconsapevole, per prendere decisioni tempestive in momenti critici della nostra vita.
L’insieme dei marcatori somatici di ognuno di noi funziona cioè come una sorta di database automatizzato di regole analogiche del tipo if this then that: se accade questo allora comportati così. L’analogia emotiva è la regola alla base del funzionamento dei marcatori: le emozioni generate dalle situazioni che di volta in volta viviamo attivano queste regole inconsce e, di conseguenza, fanno scattare determinate nostre reazioni. Grazie ad esse ci orientiamo nel mondo ma soprattutto, dalla notte dei tempi, sopravviviamo a situazioni di pericolo.

Le sensazioni attivate da un archetipo narrativo come il “viaggio dell’eroe” attivano una serie di regole nel nostro “cervello animale” che ci faranno comportare, relativamente agli elementi variabili del contesto, più o meno sempre nello stesso modo. Una volta assunto il ruolo, il gioco è fatto.
Il gioco non sempre riesce, occorre naturalmente una certa dimestichezza con le parole e le emozioni e, ancora meglio, conoscenze ferrate nelle neuro-scienze. Ma la tecnica è piuttosto semplice e, inevitabilmente, anche molto sfruttata. Pesa alle pubblicità in tv con le quali siamo cresciuti, ne troverai non poche costruite sulla base di questo schema narrativo. L’obiettivo, in tal caso, era portarti all’acquisto di un “oggetto magico” con cui avresti potuto realizzare il tuo viaggio da eroe.

Perché essere eroi al tempo del coronavirus?

Se accettiamo di essere “eroi”, i vantaggi per noi stessi e in particolar modo per la nostra comunità non sono pochi:

  1. Accettazione dello status quo: Trasformarsi in “eroi” significa riconoscere che si è verificato un disturbo nell’ordinario evolversi degli eventi, accettando questa variazione e adattandosi alle nuove condizioni. Significa non contestare il cambiamento, non ribellarsi ad esso, ma far ricorso alle proprie capacità extra-ordinarie per sopravvivere in questo nuovo stato di cose.
  2. Resilienza: Accettare il ruolo dell’eroe significa farsi carico di una missione che comporta, in primo luogo, la rinuncia ai benefici della comfort zone che abbiamo faticosamente definito fino ad oggi. Significa resilienza in senso etimologico, cioè capacità di reazione in negativo: contrazione, limitazione, regresso a un’esistenza “stressata”. Laddove resilienza è esattamente il contrario di resistenza: limito me stesso costretto dagli eventi, non mi oppongo, mi adatto di conseguenza. Ergo, tollero restrizioni che in altri casi non potrei nemmeno concepire. Come una molla, in questa fase accettiamo di essere schiacciati su noi stessi accumulando la tensione necessaria a compiere il passo successivo.
  3. Sacrificio: Una volta indossati i panni dell’eroe, è inevitabile dar fondo a tutte le risorse in nostro possesso per superare le prove e ristabilire l’equilibrio iniziale. Risorse materiali e psicologiche che non sospettavamo di avere. È qui che inizia il “viaggio” vero e proprio, la missione; individuata la strategia per superare le prove, ci attiviamo per realizzala. All’eroe non è necessario chiedere un estremo sacrificio in tempo di crisi: nel momento in cui ha accettato di essere tale, lui stesso si getterà a capofitto nella mischia per sconfiggere l’antagonista, tenendo fede al proprio ruolo sociale.

Ci salva sempre un eroe

Che si tratti di una narrazione indotta o spontanea, “il viaggio dell’eroe” è funzionale a guidare i comportamenti della popolazione durante l’emergenza coronavirus. Certamente lo è per noi italiani, cioè per chi, notoriamente, non ha un senso civico ed etico sufficientemente maturo per potersi regolamentare in autonomia, né subisce troppo la paura di norme e sanzioni al punto da assumere facilmente comportamenti utili a una soluzione comune.

E allora va bene così. Sempre meglio che vivere in uno stato di polizia permanente, con limitazioni alla libertà inaccettabili fino a pochi mesi fa, continuiamo a crederci eroi.
Sia mai che, alla fine, le singole narrazioni di ognuno confluiscano in una storia comune: sarebbe un collante straordinario per il Paese, per la Comunità Europea, per il mondo intero. Per la prima volta nella storia dell’umanità, avremmo un’epica condivisa da est a ovest, un database di emozioni in grado di attivare, in futuro, “marcatori somatici” capaci di muoverci compatti verso soluzioni globali, efficaci ed ecosistemiche.

Siamo usciti dalle caverne, migliaia di anni fa, perché abbiamo imparato a narrare le nostre paure. Chissà se anche stavolta una storia ci salverà.

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